Archivio mensile:marzo 2014

SITTIN’ ON THE DOCK OF THE BAY

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Mi domandate quale canzone mi risuonava nella testa mentre provavo ad ammazzarmi? Domanda bizzarra ma interessante, senza dubbio. “Sittin’ on the dock of the bay” di Otis Redding. La conoscete? Sì dai, che cazzo di domande faccio pure io?! Quanto amavo il blues dio solo lo sa! Amavo anche il soul, ma era il blues a sconvolgere i miei sensi. Passavo serate intere rintanato in casa con il mio giradischi in legno di ciliegio e lo stupravo con i miei 45 giri di Solomon Burke, Nina Simone, BB King… Era la sola cosa che mi emozionava. Il mondo faceva davvero schifo, non so come facciate voi altri a starvene ancora lì! Scusate, sto divagando. Torniamo alla canzone. “Seduto sul pontile della baia…” – no, non mi trovavo esattamente lì in quel freddo venerdì del 18 novembre 1994. Ero su di un banalissimo ponte di ferro battuto. So cosa starete pensando ora: “Non sarebbe più indicata Meraviglioso di Modugno come canzone?”. Fanculo voi e la vostra convenzionalità! No, non era più indicata. Io fischiettavo come Otis e poi, diamine, nessun angelo stava lì pronto a salvarmi! Io mi sono ammazzato perché ero completamente vuoto. Vuoto di pensieri, emozioni, turbamenti, sentimenti… Come vi dicevo prima, era il 1994, qualche mese dopo l’elezione di Berlusconi… (vedendo come vi è andata poi, devo ammettere che non mi sono per niente pentito del mio gesto!) Firiffififi firiffififiriffi (fischio)… quanto me la fischiettavo! Quella voce black giocava a ping pong con il mio cervello. Potevo quasi vedere Otis invitarmi a lanciarmi giù dal ponte fischiettando allegramente. Che cazzo c’avrai da fischiettarti brutto panzone? Ero strafatto e ubriaco lercio. C’era più alcool in me che in tutte le cantine dei peggiori bar di Caracas. La decisione di suicidarmi però la presi in un momento di totale lucidità.

Nel ’94 si sciolsero i Velvet Underground. Quanto m’era dispiaciuto! Se mi avessero chiesto quale canzone avevo in testa mentre mi facevo, beh, quella sarebbe stata sicuramente “I’m waiting for the man” perché quello stronzo di spacciatore del cazzo mi faceva sempre aspettare almeno un’ora in piazza! Nel ’94 avevo 35 anni e mi chiamavo Aldo. Dico mi chiamavo perché qui ora mi faccio chiamare Otis. Qui dove? Questo non posso dirvelo, o meglio, non sarei nemmeno in grado di descriverlo. Vi dico solo che è un posto molto blues. Ero completamente solo e la mia vita era banale. Una merda. Non ero esattamente un tossicodipendente, ma affascinato dalle droghe. Droghe di qualsiasi genere. Anche le donne erano una droga per me. Me ne scopavo una diversa a settimana, ma mai nessuna riusciva a soddisfarmi. Non quanto Selene sullo schermo almeno! Non sapevo nemmeno cosa fosse l’amore. Per me l’amore erano due gambe di donne spalancate. Mi innamoravo solo di quella e per soli 20 minuti (quando andava bene). La mia famiglia viveva a Foggia, io invece mi ero trasferito a Torino per lavorare in Fiat. La fabbrica era la metafora della mia essenza: fredda, meccanica, metallica. Sapete, ero convinto di avere il cervello di metallo: ogni sera i pensieri suicidi mi rimbombavano dentro con l’eco. Volevo morire. Vi sembrerà strano che un insensibile come me possa fare pensieri così profondi, vero? Chi l’ha detto che solo i sensibili si ammazzano? Io volevo ammazzare proprio la mia insensibilità, la mia totale assenza di sentimento. Nietzsche scrisse che anche i superflui si danno importanza quando muoiono e che anche il guscio più vuoto vuole essere schiacciato. Ecco io ero esattamente quello: un guscio vuoto da schiacciare. Nessuno di voi comprenderà mai le ragioni del mio suicidio, ma poco importa. Io volevo decidere quando morire così come, da vero uomo, ho sempre deciso tutto della mia vita, anche di stare da solo e allontanare ogni essere umano da me. “Umanità, mi stai sul cazzo!” – non ricordo esattamente chi lo disse. Potrei essere stato proprio io, forse. Non voglio convincervi che il suicidio sia un atto di coraggio, lungi da me! Nel mio caso pero è stato l’unico atto altruistico (e quindi di eroismo perché ce ne vuole di coraggio per essere altruisti con tutta la merda che ti circonda!) che io abbia mai compiuto. Ero un rifiuto della società. Ero odiato da tutti, persino dal panettiere sotto casa. Ero un rozzo, maleducato, prepotente. Ero come uno di quei personaggi dei libri di Bukowski. Ed ero fiero di esserlo fino al giorno della mia morte.
Ero talmente insensibile che non andai nemmeno al funerale di mio padre. A mia madre dissi che avrei dovuto lavorare e invece quel giorno mi sono solo strafatto di canne. Era l’unico modo per far credere alla gente che avevo pianto. Che poi, in fondo, della gente non me ne fregava un cazzo! Ma a Lisa sì. Fregava eccome! E allora dovevo farle credere che importava anche a me. Lisa era la ragazza che mi stavo facendo quella settimana. Era migliore delle altre, non faceva domande, non rompeva i coglioni e, in effetti, con lei durò di più. Due mesi circa. Oh Lisa! Le piaceva provocarmi facendosi scivolare i vestiti di dosso con una grazia tale da convincermi che avrebbe potuto spalare la merda che avevo dentro. Aveva lunghi capelli nero corvino tanto morbidi da ricordarmi le note della chitarra blues e grandi occhi di un verde profondo come la voce di Otis Redding. Adorava soffiarmi nelle orecchie e baciarmi il collo. Con lei i preliminari duravano più del solito, o perlomeno non il tempo di apertura della zip. Con Lisa mi fingevo dolce e sensibile, ma solo perché era un gran pezzo di figa. Poi se ne andò in Erasmus a Madrid e chi cazzo l’ha mai più vista! Comunque non ero innamorato di lei. Forse ero innamorato della mia straordinaria capacità d’interpretazione quando ero con lei. Con le altre finivo sempre col darmi la zappa sui piedi. Con lei invece avevo affinato le mie capacità recitative. Fanculo pure a te, Lisa!

Il 1994 è stato anche l’anno di Pulp Fiction, il mio film preferito. Quanto mi avrebbe fatto comodo Mr. Wolf! Non avrei disdegnato nemmeno una Mia Wallace in realtà. Anche se in fondo io non avevo grossi problemi. Ero solo terribilmente insoddisfatto! Non avevo stimoli di nessun genere. Nemmeno ubriacare il mio giradischi di blues mi aiutava. Mi sentivo vuoto, inutile, volevo solo bere e drogarmi. E scopare, ok. Non potevo continuare così. So che vi aspettavate una storia strappalacrime, ma avete decisamente sbagliato protagonista. Non sono qui per farvi piangere, chiaro? A quello ci ha pensato mia madre. Non ho ancora capito se ha pianto più per me o perché ha votato Berlusconi. Va beh, ora che vi siete liberati di lui posso anche liberarvi di me. Anzi no, non vi ho ancora detto come mi sono ammazzato! D’accordo, potete immaginarlo. Ero lì che guardavo l’acqua scura del fiume (ve lo ripeto, NO! Non stavo pensando a Meraviglioso di Modugno) e pensavo al fischiettio finale di “Sittin’ on the dock of the bay”, il più famoso nella storia della musica popolare. La leggenda narra che Otis non trovava le parole per il finale, così lo fischiettò. Che cazzo di genio! Lo sapete che è stato il primo brano postumo nella storia a raggiungere il primo posto nelle classifiche americane? Magari divento famoso anche io dopo questo monologo! “Chiunque voglia avere la gloria deve congedarsi per tempo dall’onore ed esercitare la difficile arte di andarsene – al momento giusto”. Lo scrisse sempre il buon vecchio Nietzsche. Conosco a memoria quel libro! (“Così parlò Zarathustra”). Tra una canna e una pippata, trovavo anche il tempo di leggere.
Come vi dicevo, ero lì affacciato dal ponte a fischiettare. Mi sentivo invincibile. Credete che abbia trovato il coraggio di buttarmi? No, non l’ho trovato. Eppure l’ho cercato ovunque: nell’alcol, nella droga, nelle donne, nei miei pantaloni… ma nulla. Mi sono bucato. Sono morto di overdose, da banale tossico vigliacco. So che ora volete sapere cosa si prova mentre si muore, ma non ve lo dirò. Non potrei. Come potrei io, uomo insensibile e vuoto, riuscire a descrivere l’unica vera emozione provata nella mia vita? Sarebbe come chiedere a Otis di rinascere per scrivere i versi finali della sua canzone.

Sapete che faccio? Ve la fischietto, proprio come lui… Firiffififi firiffififiriffi…

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“The Great Gig in the Sky” – Pink Floyd

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“I never said I was frightened of dying.“
“Non ho mai detto di avere paura della morte.”

L’inconoscibile è ciò che più di ogni altra cosa fa paura ma, allo stesso tempo, affascina e stimola la curiosità dell’intelletto umano.

Emblema dell’ignoto è la morte, il nulla, il punto fermo dopo la vita, l’inquietudine interiore che porta alla depressione e all’alienazione.
Un lungo viaggio che ci conduce alla morte: è questo il significato più inquietante della nostra vita e i Pink Floyd sono riusciti a rappresentarlo magistralmente  in musica con “The Great Gig in the Sky”.
Il brano prende forma in modo pacato e leggero con un giro di accordi rilassato di un pianoforte che incontra sporadicamente una chitarra delicata e sognante. Poi d’improvviso una voce che, intimorita ma all’apparenza spavalda, esclama: “E non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non vi sarebbe alcuna ragione, prima o poi si deve andare”. La serenità delle prime note è come una preparazione psicologica a ciò che di sconvolgente sta per accadere. Un lungo corridoio buio che lascia spazio solo alle immagini ritratte dalla fantasia, poi una luce accecante annunciata dalle note di una batteria nervosa e rappresentata egregiamente da una voce femminile, quella di Clare Torry. Un urlo liberatorio reso suadente da un timbro vocale morbido e sensuale, quasi a voler significare che la morte è vicina ma non è così terribile come tutti credono. È il trapasso dalla vita terrena allo spazio celeste circondato dai suoi pianeti, è “the dark side of the moon” (la parte oscura della luna) quella che affascina ma che terrorizza per la sua essenza impalpabile e misteriosa.
The Great Gig in the Sky” è la quinta traccia dell’album “The Dark side of the Moon”, pubblicato nel 1973 dai Pink Floyd. Prima di diventare “The Great Gig in the Sky” il titolo era “The Mortality Sequence” e la struttura era molto diversa: c’era soltanto un organo e qualche estratto vocale di persone che parlavano di morte. Dopo 3’33’’ si può sentire una voce femminile dire “I never said I was frightened of dying”, ma secondo una leggenda metropolitana la frase detta era “If you can hear this whisper you die”. La voce appartiene a Myu Watts, madre dell’attrice Naomi Watts e moglie dell’allora tecnico del suono dei Pink Floyd Peter Watts.
Non è importante aver dato un’ interpretazione erotica (per alcuni la voce di Clare Torry rappresenta l’atto d’amore nella sua forma energetica esplosiva tipica dell’orgasmo) o esistenziale (il momento della morte e della nascita come fossero gli stati psicofisici della nostra stessa realtà vitale) a questo brano, ma quanto aver provato, attraverso la sua intensità musicale, un percorso immaginario verso l’infinito vissuto come catarsi interiore. “The Great Gig in the Sky” offre agli ascoltatori più sensibili una via di fuga dalla quotidianità, dalla monotonia, dalla staticità per liberarsi dai condizionamenti negativi che la mente produce e per vivere un’esperienza mistica carica di pathos emotivo.
(Articolo originariamente pubblicato su Eclipse Magazine il 21 settembre 2010)