Archivio mensile:ottobre 2012

Pensieri metropolitani

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Adoro osservare la gente sulla metro. Cerco di immaginare le loro storie, scruto i loro occhi alla ricerca di scene di vita vissuta. Tra loro c’è la donna in ritardo che non riesce a mettere in secondo piano l’apparenza e si trucca durante il viaggio; c’è il giovane papà che risponde alle asfissianti ma amorevoli domande del figlio; c’è l’extracomunitario che spia fugacemente all’interno del suo enorme sacco blu per ritrovare i colori e gli odori della sua terra; c’è l’africano dal cuore italiano con addosso una tuta del Milan… In tutti i loro sguardi riesco a percepire un senso di frustrazione misto a speranza. Speranza di riuscire a realizzare i propri sogni, oppure semplicemente di condurre una vita più tranquilla e serena. Ad ognuno di loro vorrei dire: “non tutti i sogni sono realizzabili, ma se credi fermamente in almeno uno di loro sei già un vincitore”.

Prossima fermata Re di Roma, uscita lato destro.

Parole oscene

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” (…) Quelle parole oscene sono solo un’adesione a tutte le forme, a tutti gli aspetti della vita. Come c’è un poeta che canta le violette e i tramonti e un altro che canta i tuoni e le bufere, così ci sono, accanto a poeti che cantano raggelati amori astratti, poeti che cantano tumultuose tragedie sessuali. E a nessuno viene in mente che questo faccia qualche differenza. Ma se si spinge il ragionamento e si accetta l’idea che la vita è fatta di bisogni fisici oltre che di bisogni spirituali, che è dominata non solo da belli o brutti pensieri ma anche da realtà orribili come la poliomielite o splendide come un amplesso, si deve rifiutare una cernita tra i vocaboli e non respingere più come turpi quelli che designano gesti o fatti magari turpi della realtà. Il fatto che una signora cosiddetta perbene non parli (o non dovrebbe parlare) di organi genitali o di membri maschili con lo stesso linguaggio con cui ne parla un soldato di caserma, non cambia molto le cose; come dire: chiamatelo come volete, ma il membro maschile è quello che è e non cambierà la sua realtà cambiandogli il nome, e siccome appartiene alla realtà del mondo è “santo” come tutto ciò che appartiene al mondo, perché santo è tutto ciò che è creato da Dio.” (Fernanda Pivano, introduzione al libro “Jukebox all’idrogeno” di Allen Ginsberg)

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Il pensiero di Fernanda Pivano è da me condiviso appieno. E’ proprio questa la ragione che spiega la mia passione per le letture che passano da un registro aulico ad uno volgare con incredibile ed ammirabile nonchalance. Ed è il motivo per cui amo Bukowski. per il quale sto imparando ad amare Ginsberg e per cui ascolto i gruppi italiani che scrivono i testi delle loro canzoni esattamente con questo stile.

Anche una parola oscena può diventare poesia.

 

KUTSO che band!

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Già il nome è tutto un programma. Sì perché kuTso si legge proprio come immaginate, all’inglese. Dietro ad un appellativo così irriverente si cela una live band capace di trasformare un concerto in una sorta di festa collettiva in cui la parola d’ordine è “divertimento”. Hanno all’attivo l’EP “Aiutatemi”, hanno vinto importanti concorsi come l’“Heineken Jammin’ Festival Contest” nel 2007 ed il “MarteLive” nel 2011, hanno aperto i concerti di Bugo, Radici Nel Cemento, Nobraino, Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Angelini e Pier Cortese.

Loro sono: Matteo Gabbianelli (voce), Luca Amendola (basso), Donatello Giorgi (chitarra) e Alessandro Inolti (batteria), quattro ragazzi che infiammano i palchi con le loro acrobazie, gli svariati travestimenti del chitarrista-trasformista, gli stage diving del cantante e, naturalmente, con la loro trascinante musica che si destreggia magistralmente tra rock, grunge, funky e beat. A fare da filo conduttore a tutti questi generi che compongono il sound dei kuTso è il concetto di dinamismo: la distruzione e la creazione, il colpo di scena, il fare e il disfare.

E, a proposito di dinamismo, ascoltando attentamente le parole delle loro canzoni salta fuori un imprevedibile colpo di scena: i testi sono intrisi di sarcasmo, disfattismo e nichilismo; accompagnati dalle musiche allegre e solari però, essi perdono quell’aurea di negatività e, in questo modo, tutti i mali vengono esorcizzati con una grassa e sana risata. Il grunge quindi accompagna la band non sono musicalmente ma anche nei testi in cui ritroviamo i temi tipici del genere nato nei anni ‘90, come la ribellione, il pessimismo e la violenza nichilista e autodistruttiva.

Tra un vocalizzo e una supercazzola, tra una verticale e un acuto, l’autore dei testi, Matteo, tiene a sottolineare che i kuTso hanno una vera e propria missione: trovare l’equilibrio tra suono e concetto tramite un linguaggio composto, a metà tra scherzo e provocazione in una forma strettamente aderente alla struttura melodica dei brani. La band ha all’attivo solo “Aiutatemi” perché, per il momento, fare un disco non rientra nei loro obiettivi e preferiscono farsi conoscere tramite la rete e i concerti. Inciso su etichetta 22R, l’EP contiene quattro brani davvero “kutsooti” tra cui l’omonimo “Aiutatemi”, una canzone in cui l’80% dei trentenni di oggi può immedesimarsi. Matteo intona “Trovo sempre mille scuse per non muovere un dito e poi lancio le mie accuse da trentenne fallito…Aiutatemi, vi ringrazierò.”, l’esatto specchio di una generazione statica e immobile che, pur lamentandosi continuamente della situazione che vive, non fa nulla per cambiare le cose.

Nell’oscuro tunnel del dubbio che attanaglia ormai da tempo i cultori del genere, ovvero se il rock è morto oppure no, si profila un barlume di speranza nell’underground romano: sono loro, i kuTso, la rock band vestita di sarcasmo.

Se volete saperne di più:

Sito internet: http://www.kutso.com

Myspace: http://www.myspace.com/kutso

Facebook: www.facebook.com/pages/kuTso

(originariamente pubblicato su Rockisland.it – link all’articolo: http://www.rockisland.it/news-17160/kutso/)

“Mille bolle blu”. Un viaggio nei migliori anni della nostra canzone

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“Le canzoni sono come bolle: alcune scoppiano immediatamente, altre invece diventano grandi e volano in alto”. Così la cantante jazz Nicki Nicolaj apre la prima dello spettacolo “Mille bolle blu”, una grande macchina del tempo diretta negli anni ’60 e ’70 e capitanata dalla big band del celebre sassofonista Stefano di Battista. In scena al Teatro Sala Umberto dal 18 settembre, questo “Viaggio nei migliori anni della nostra canzone” – come recita il sottotitolo – è nato da un’idea di Gino Castaldo, è diretto da Elisabetta Rizzo e resterà a Roma fino al 30 settembre, per poi riprendere l’8 novembre a Mantova per la tournée che proseguirà il 10 novembre a Bologna e il 26 a Napoli. La scenografia minimal è dominata da un televisore vintage sullo sfondo che mostra filmati d’epoca tinti da un nostalgico bianco e nero. Intanto le bolle cominciano a formarsi… La prima a prendere il volo è “Se stasera sono qui” raggiunta presto da un’intensa “Io che amo solo te”, la bolla con cui la voce dell’interprete raggiunge il tetto del teatro senza mai scoppiare. Da “This boots are made for walking” a “Che sarà”, passando per “Una carezza in un pugno”, Nicki Nicolaj da’ prova di versatilità e intensità vocale tali da conquistare diverse standing ovation. Fa da motore della macchina del tempo la grande orchestra di Stefano di Battista, il cui riarrangiamento di “All my Loving” dei Beatles è senza ombra di dubbio degno di nota. I capitani della macchina decidono poi di dare un passaggio ad un “simpatico disturbatore”. Lui è Max Paiella, comico, cantante e musicista romano che porta in scena tutte e tre le arti e lo fa con semplicità e immediatezza. Un breve sketch, l’interpretazione tutta personale del testo di “Una carezza in un pugno” di Celentano, l’imitazione di Frank Sinatra e un geniale mash up tra “Se telefonando” di Mina e “Smoke on the water” dei Deep Purple, fanno di Paiella un personaggio poliedrico all’interno dello spettacolo, o forse un escamotage per rendere il tutto meno nostalgico di quel che appare. Ma come si può non provare nostalgia per il passato ascoltando la passionale “Ancora” di De Crescenzo o  con la speranzosa “Vorrei che fosse amore” di Mina? Come si fa a non emozionarsi durante il tributo a Gabriella Ferri proprio nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa? I ricordi rivivono nelle note, si accendono con i toni alti, si muovono con i cambi di registro vocale, sfiorano la pelle con il sensuale suono del sassofono e poi volano di nuovo via, proprio come le bolle di sapone.

Scelte

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Capita, a volte, di leggere una citazione e di sentirsi improvvisamente fortunati oppure semplicemente illuminati…

 

Scegliete una persona che denigra l’amore, non chi continua ad esaltarlo.

Scegliete una persona che ha ancora il fantasma di un ex negli occhi e fa fatica a parlarne, non quelli che dopo pochi giorni vanno a dire che era un coglione.

Scegliete chi evita il vostro sguardo per dirvi che gli piacete, non chi ve lo scrive ogni giorno su una bacheca di un social network.  

Scegliete loro. Ve lo assicuro. Vi ameranno. Vi ameranno anche dopo che li lasciate, vi ameranno anche quando non li penserete. 

Se poi scrivono, suonano, dipingono, state sicuri che sarete i loro amori maledetti. Vi ameranno non perché sono patiti dell’amore, non perché hanno bisogno di qualcuno o si sentono soli, loro anche senza di voi vanno avanti egregiamente.

Non ameranno mai l’amore, ma voi.