Archivio mensile:febbraio 2012

“Revolver” – The Beatles

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Nel 1966, quattro musicisti di Liverpool decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca di nuove ispirazioni e nuove melodie. Così come Colombo scoprì l’America, i Beatles approdano su un’isola segreta. La chiamano “Revolver” perché dotata di una forza sorprendente in grado di trafiggere il cuore. E’ qui che i quattro giovani inglesi compiranno la rivoluzione della musica popolare: creare musiche non riproducibili in natura, frutto della creatività di studio. Navigano per due mesi e mezzo controcorrente: mentre il movimento hippy fatto di fiori e colori prendeva piede, i Beatles scelgono il bianco e nero per la copertina del loro dodicesimo album.

George Harrison, il più giovane e introverso dei quattro decide di cavalcare l’onda selvaggia e lancia un’invettiva contro il governo. L’eloquente titolo della canzone è “Taxman” e la sua violenza lascia presagire il cambiamento e la maturità di quei ragazzi che, fino a qualche mese prima, canticchiavano una semplice “She loves you”. Un livello di maturità che cresce e si concretizza nel testo quasi romanzesco di “Eleanor Rigby”, interpretata da un più riflessivo e profondo McCartney. E’ la canzone-emblema della copertina del disco: il più oscuro e doloroso, praticamente in bianco e nero. Sdraiato su di un’amaca al sole c’è invece John Lennon completamente immerso in uno dei suoi viaggi lisergici. Canta “I’m only sleeping” in un totale stato di distacco dal reale, accompagnato dalla chitarra rovesciata di Harrison. In questo ingegnoso brano sperimentale il suono prende il soppravvento e invade le parole.

L’isola Revolver ha anche un retrogusto indiano. Lo si assapora in particolar modo con “Love you to” dominato dal sitar di George Harrison. Con la dolce “Here, there and everywhere”, Paul abbandona momentaneamente l’influenza orientale per dare spazio al romanticismo che spesso prende forma nelle classiche ballad beatlesiane. Nella testa di McCartney però c’è anche posto per i bambini. “Yellow Submarine” nacque infatti come canzone per i più piccini ma durante le registrazioni divenne qualcosa di molto più grande. Un vero e proprio evento che coinvolgeva amici, parenti e conoscenti dei Beatles. Approdano tutti sull’isola Revolver suonando strumenti e oggetti vari con i quali creano un universo di effetti sonori e di immaginazione.

Dopo questa divertente parentesi, Lennon decide di rifugiarsi ancora nell’LSD forse spinto dal suo amico Timothy Lear forse mosso dal desiderio di staccarsi dal caos che lo circondava. Così, in “She said She said” racconta di un viaggio lisergico andato male e lo fa attraverso citazioni e dialoghi scanditi dall’andamento melodico. La delusione del viaggio presto cede il posto alla gioia di Paul sprigionata in “Good Day Sunshine” e alla vitalità di “And your bird can sing” firmata da Lennon. L’atmosfera festosa però ha vita breve. Un cuore frantumato in mille pezzi diventa presto il protagonista dell’isola Revolver in un momento di intenso dolore. Paul McCartney canta la fine di un amore con un testo maturo e letterario intriso di una melodia dolce e filante.

Intanto Lennon prendeva spunto da situazioni reali e fatti realmente accaduti per la stesura di “Doctor Robert”, che descrive il prototipo di medico americano disposto a fornire pillole a più non posso ai suoi clienti pur di accontentarli. Ritorna vivo il profumo d’India sull’isola Revolver. In “I want to tell you”, George Harrison evidenzia la contraddizione fra le cose da dire e la maniera di manifestarle facendo riaffiorare elementi della filosofia indiana che in lui era già diventata un tratto culturalmente e musicalmente distintivo. Dopo le pene d’amore, McCartney si lancia nella composizione di un brano particolarmente complesso dall’impronta jazz che prende il nome di “Got to get you into my life”. Messo da parte il momento di gloria dei fiati soul, arriva il gran finale. Come in un libro, il finale di un disco è il momento più atteso e probabilmente il più importante. I Beatles questo lo sapevano bene perciò, non a caso, scelsero “Tomorrow never knows” come chiusura di Revolver. Costruito su un solo accordo, è il brano più innovativo e sorprendente di quegli anni. La straordinaria innovazione sta nella dimensione orizzontale. Il pezzo è concepito come una stratificazione di livelli: c’è un piano base su cui si sovrappongono altri effetti in un procedimento che potrebbe essere infinito L’ispirazione arriva a Lennon con la lettura di “The Psychedelic Experience”, scritto dal guru Timothy Leary e dallo psicologo Richard Alpert. La canzone psichedelica riesce ad offrire all’ascoltatore l’idea di una vera e propria esperienza con la droga. Ci si arrende all’idea del vuoto assoluto lasciando che i pensieri fluiscano liberi e scintillanti in una dimensione parallela. L’alterazione della mente e il viaggio lisergico è  insieme sintesi e conclusione di un disco che ha cambiato il volto della musica mondiale. Con “Revolver” la creatività innovativa dei Beatles, sempre contraddistinta da un apparente velo di semplicità, è stata definitivamente consacrata.

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La lotta contro i mulini a vento

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Al liceo, durante una delle stupende lezioni di letteratura spagnola, Miss P. lesse alcuni passaggi di Don Quijote de la Mancha – il romanzo di Miguel de Cervantes noto in Italia con il nome di “Don Chisciotte” – e ne rimase profondamente affascinata. Lei, proprio come il protagonista del libro, lotta ogni giorno contro i mulini a vento. Al contrario di Don Chisciotte che combatte per difendere i deboli, l’egoista Miss P. lo fa solo per realizzare i suoi sogni. Ma è risaputo che i desideri sono come le ciliege: uno tira l’altro, ad ogni sogno realizzato ne subentra subito uno nuovo e poi un altro ancora, in un circolo vizioso senza fine. E’ come se dentro di lei ci fosse  un verme solitario che si nutre della soddisfazione di un desiderio. Miss P. è sempre stata molto fortunata perché molti dei suoi sogni – all’apparenza utopici – si sono realizzati. Purtroppo però, dopo una momentanea sensazione di felicità, le hanno sempre lasciato un senso di insoddisfazione. E’ un po’ come gli aficionados delle droghe: partono con la canna, poi provano la cocaina, poi sperimentano le pasticche e poi finiscono col bucarsi. Miss P. è drogata di sogni, non le bastano mai, vuole sempre di più. D’altronde solo una folle come Don Chisciotte potrebbe aspirare ad una professione in via d’estinzione quale è quella del critico musicale. Miss P. infatti ama le complicazioni e quando non è la vita ad offrirgliele se le va a cercare da sola. Sono le sfide, le situazioni difficili, le imprese impossibili ad iniettare nelle sue vene l’adrenalina che le fa battere il cuore e la fa sentire viva.

A 14 anni Miss P. perde la testa per un ragazzo che vede sfrecciare con il motorino sul corso del suo paese. Lei – palesemente bruttina, magrissima, praticamente una Pianura Padana con la testa e i capelli lunghi – non viene nemmeno degnata di uno sguardo. Quando Miss P. compie 17 anni, lui si innamora di lei. La soddisfazione è grande ma poi… PUFF… tutto finito. Miss P. ama il ricordo del ragazzo indifferente, non l’attuale fidanzato cotto a puntino. Miss P. vuole di più.

A 20 anni Miss P. legge per la prima volta il suo nome sullo schermo del pc, la sua firma sotto un articolo di giornale. Miss P. scoppia in lacrime per l’emozione. Il secondo articolo e la seconda firma diventano già routine. Miss P. vuole di più.

A 21 anni Miss P. finalmente ha un bel po’ di corteggiatori. L’unico che però riesce ad attirare la sua attenzione se ne sta in un angolo, vicino alla porta, con aria indifferente. Miss P. deve conquistare lui. Ci riesce, l’amore è grande come anche le complicazioni. Ma poi… PUFF… tutto finito. Miss P. vuole di più.

A 23 anni Miss P. riesce a conoscere e conquistare colui che a 15 considerava l’uomo della sua vita, quel ragazzo irraggiungibile che aveva sempre visto dietro una fredda schermata. Tra di loro la distanza era tanta e i confini erano tracciati da insormontabili transenne. Ma Miss P. non hai mai abbandonato le speranze ed ha continuato ad inseguire il suo sogno, quell’uomo bello e impossibile. E in un indimenticabile giorno Miss P. ci riesce. La soddisfazione è grande ma poi… PUFF… tutto finito. Miss P. non si accontenta e vuole di più.

Miss P. ora ha 24 anni e alcuni eventi spiacevoli hanno spezzato molti dei suoi sogni. Miss P. però continua ad essere molto ambiziosa ma soprattutto determinata e, finché non si fa molto male, non abbandona il campo di battaglia. Qualcuno le ha fatto capire che nella vita non si può sempre ottenere ciò che si vuole, nonostante ci sia tutta la volontà per riuscire nell’impresa. Questo soprattutto in campo sentimentale, dove non esistono regole né strategie e non tutti possono innamorarsi di lei. Miss P., masochista per natura, non riesce proprio a disintossicarsi e continua imperterrita a lottare contro i mulini a vento. Quando cade nello sconforto e per un attimo pensa di mandare tutto a puttane, cerca di viaggiare con la mente indietro nel tempo ritornando ai suoi momenti felici. E subito riacquista la carica giusta.

Ho scritto “momenti” felici perché, si sa, la felicità non è mai assoluta. Essa è fatta di mortali ma intensi attimi. Se tutti i nostri momenti felici si potessero immortalare e mettere insieme in un enorme collage appeso alle nostre pareti, potremmo finalmente provare quella sensazione di felicità totale e travolgente sconosciuta all’essere umano solo guardandolo.  Questa è un’altra utopia di Miss P., un’altra sconfitta. Ma la vita è anche questo e non resta che accettarla per quello che è, perché anche il fato è un mulino a vento e non possiamo far altro che accettare il naturale susseguirsi degli eventi, lasciare che sia così… LET IT BE…

http://www.youtube.com/watch?v=1cfHhAoj3P4&feature=fvsr

Il rock è la musica del Diavolo? Il caso Aleister Crowley

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La risposta è ovviamente negativa: il rock non è la musica del Diavolo. Essa è però contornata da un alone di mistero e di affascinante magia. E’ stato proprio un mago infatti, l’inquietante Aleister Crowley, uno dei maggiori ispiratori di molti musicisti rock degli anni Settanta e non solo.

Vita, opere e pensiero di Crowley 

 Uno dei personaggi più legati al mondo della magia cerimoniale è stato l’inglese Aleister Crowley (1875-1947), definito dalla stampa del suo tempo “l’uomo più perverso del mondo”. Effettivamente fece della crudeltà e del sopruso il suo stile di vita, tanto che molte delle donne che si unirono a lui finirono pazze e alcuni dei suoi seguaci si suicidarono. Nell’interpretazioni di molti commentatori e biografi Crowley (il cui vero nome era Alexander Edward) non appare come un satanista bensì come un mago occultista e ateo in quanto, in certi suoi scritti, asserisce che né Dio né Satana esistono, ma sono solo immagini della nostra mente. Eppure egli stesso amava definirsi “satana” o la “grande bestia” e diceva di avere addirittura come angelo custode un demone della tradizione sumera chiamato Aiwaz. Nel 1898 entrò nella Golden Dawn, ma probabilmente a causa dei suoi osceni atteggiamenti sessuali nonché delle sue teorie sugli “angeli custodi”, si crearono profondi contrasti con gli altri membri che ritenevano i suoi riti magici “avversi e distruttivi”; questo determinò numerose vertenze legali fino alla scissione della setta nei primi anni del 1900. Negli stessi anni si sposò con la sua prima moglie, Rose Kelly, per far dispetto a un suo amico di cui Rose era la sorella; stettero insieme alcuni anni fin quando, a seguito delle percosse e delle violenze fisiche e psicologiche, Rose dovette essere rinchiusa in manicomio. Di ritorno da un loro viaggio al Cairo, dopo una nottata passata dentro le piramidi, Crowley disse di essere riuscito a entrare in contatto con il suo angelo custode, che gli dettò uno dei suoi primi testi: “The Book of the Law” la cui tesi principale era: “Fa’ tutto quello che vuoi. Sarà la tua Legge”. Crowley fu profondamente attratto dalle droghe di tutti i tipi, dipendenza dalla quale non vorrà mai liberarsi. Nel 1910 pubblicò “Equinox” nel quale svelò tutte le pratiche occulte della setta Golden Dawn nonostante avesse giurato di non divulgarle. Nel 1912 conobbe Theodor Reuss, guida dell’Ordo Templis Orientis (O.T.O.), un’organizzazione i cui adepti, che apparentemente dichiaravano di celebrare riti di magia cerimoniale, in realtà pare fossero dediti al culto del diavolo. Reuss acconsentì che Crowley ne dirigesse una diramazione; qui divulgava e praticava la magia sessuale, il sadismo e la sodomia come strumenti di illuminazione. L’O.T.O. è tutt’oggi una setta occulta esistente e una parte di questa è ancora legata alla magia cerimoniale crowleiana. Nel 1920, interrogando lo i-Ching, si persuase che per realizzare la Grande Opera non esistesse posto più adatto di Cefalù. Nella località siciliana edificò la sacra abbazia di Thelema (“Inferno della Cortigiana, luogo segreto dell’irrefrenabile fuoco della Lussuria e del tormento eterno dell’Amore”). Il tempio dei thelemiti era strutturato ad un solo piano, ed aveva una sola sala (Sancta Sanctorum). Sul suolo vi era effigiato il pentagramma inscritto in un cerchio. In mezzo al pentagramma era collocato un altare esagonale. Sull’altare era depositato il Liber Legis. A Est sorgeva un trono dedicato alla Bestia ed un braciere ardente. A Ovest s’ergeva il trono della Donna Scarlatta. Dipinte sulle pareti del tempio, facevano bella mostra alcuni ritratti di Crowley e  raffigurazioni orgiastiche.

Aleister Crowley è l’amico irrequieto che scalpita per rovesciare il tavolo e attaccare un po’ di Rock’n’Roll. Sviluppando quanto appreso nella Golden Dawn, Crowley considera Adonai, Satana, pan e tutti gli altri alla stregua di simboli. In termini contemporanei potremmo definirli più precisamente “interfacce”: delle immagini, delle forme, dei nomi che permettono all’Uomo di utilizzare alcuni poteri che, altrimenti, resterebbero al di fuori della sua portata. Gli dèi sono interfacce. La magia di Crowley è una forma estrema di psicoterapia: attraverso l’uso di alcuni simboli si ottengono risultati determinanti. Il riconoscimento della Vera Volontà sarebbe quindi il viaggio dentro di sé, un modo per affrontare il proprio inconscio. Secondo quest’ottica non dobbiamo credere che gli Spiriti esistano in modo separato da noi, perché sono soltanto l’immagine delle nostre paure e dei nostri complessi. Ad ogni modo Crowley era un mago, non uno psicoanalista, e ci teneva che questo fosse chiaro. Crowley, come molti maghi, ha manifestato forte interesse per il fenomeno del linguaggio al contrario. Pare proprio che siano nati da qui i messaggi subliminali contenute in molte canzoni se ascoltate al contrario. Ad esempio, nella sua opera fondamentale del 1929 Magick in Theory and Practice («La magia nella teoria e nella pratica»), egli incoraggia i suoi discepoli a familiarizzare con il rovescio scrivendo:

Crowley e il mondo dello spettacolo  

Nel mondo dell’occulto del nostro secolo Aleister Crowley è considerato un’autorità eccelsa. Spesso accostato ingiustamente a pratiche sataniche, riuscì a divulgare le sue opere contenenti simboli e linguaggio esoterico persino sulla stampa, con la pubblicazione di alcuni stralci di The Equinox. Scandalosamente prosaico anche nelle attività sessuali, dedito alla bisessualità, ad orge mistiche, magia sessuale e comportamenti pubblicamente osceni, divenne con il tempo una personalità influente per tutta la cultura underground, dalla musica alla letteratura, fino al cinema. Celebrato nelle canzoni di Ozzy Osborne, subito dopo la scissione dei Black Sabbath, citato dai Beatles, da David Bowie, da Mick Jagger, dai Klaxons, è stato simbolo e divinità anche di numerosi ordini musicali mistici, creati da esponenti influenti della musica psichedelica, come Genesis P- Orridge, uomo androgino ed in evoluzione transgender che ha fondato nel 1981 del T.O.P.Y., Tempio Della Gioventù Psichica. Ma non è sola la musica ad aver subito il fascino di Crowley. Dai fumetti di Alan Moore (V per Vendetta) fino a Martin Mystere e al serial tv X Files, telefilm cult degli anni ‘90, Aleister Crowley continua ad essere ispirazione. Non tutti inoltre sanno che lo stesso fondatore di Scientology, Lafayette Ronald Hubbard, è stato membro thelemita.

Aleister Crowley e il Rock

  • Led Zeppelin

Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin, è un accanito sostenitore delle dottrine di Aleister Crowley. Il suo interesse nei confronti dell’occultista inglese è talmente forte da spingerlo a collezionare tutti i suoi oggetti personali: libri, manoscritti, cappelli, canne da passeggio, quadri e perfino le tuniche utilizzate durante i rituali. Non solo era un collezionista di Aleister Crowley, ma aveva addirittura acquistato il cottage a lui appartenuto, Boleskine House a Loch Ness, in Scozia. Per ristrutturarlo, riportandolo allo stato originale in cui era quando Crowley effettuava i suoi rituali, Page assunse il satanista Charles Pace perché lo dipingesse con i simboli della magia rituale. La casa sorgeva sui resti di un’antica chiesa che era stata messa al rogo, insieme a tutta la sua congregazione di religiosi, nel X secolo. “Sono sempre successe cose strane in quella casa, anche prima che ci abitasse Crowley. E’ stata costruita su un terreno sul quale, una volta, sorgeva una chiesa che andò in fiamme insieme ai fedeli. A volte è possibile sentire la testa di un uomo, che fu decapitato nella casa, rotolare lungo i pavimenti… Fu un mio amico a dire alla servitù, dopo averci trascorso una notte: “Perché non fate uscire i gatti, la notte? Fanno un casino del diavolo”. Il mio amico è una persona estremamente equilibrata e non aveva mai sentito nessuna diceria sulla casa, per cui si stupì parecchio, quando gli dissero che non potevano essere i gatti… Dopo la morte di Crowley, i proprietari della casa si suicidarono, altri furono ricoverati in ospedali psichiatrici.”– ha raccontato Page.

Il più controverso album dell’epopea zeppeliniana viene pubblicato dalla Atlantic nell’ottobre del 1970 col titolo Led Zeppelin III. Sulle prime copie messe in vendita c’è la massima: “Do what thou wilt. So mere it be” (Fai ciò che vuoi. Così potrai essere): chiara citazione, voluta da Jimmy Page, del motto del mago Aleister Crowley “Do what thou wilt, shall be the whole of the law” (Fai ciò che vuoi, sarà tutta la tua legge). Ad un giornalista che gli chiese spiegazioni su quella frase, il chitarrista rispose: “L’idea è stata mia. La storia che c’è dietro è troppo lunga da raccontare. Ma l’intenzione era quella di dare un piccolo tono esoterico. Speravo che nessuno la vedesse”. Come gli Stones, anche i Led Zeppelin furono quasi subito associati al satanismo. Tra il 1976 e il 1979, Page aveva persino aperto una libreria a Londra, la Equinox, dedicata all’occulto. Il flirtare del gruppo con temi mistici ispirati agli eroi mitologici celtici fecero scalpore. Naturalmente, ogni loro canzone sembrava nascondere significati oscuri, senza dimenticare che l’etichetta discografica del gruppo era la Swan Song, il cui simbolo ritraeva Apollo, sebbene somigliasse più a Icaro. O, magari, si trattava dell’angelo caduto? Specialmente Stairway To Heaven fu territorio di scontro tra i gruppi religiosi: ascoltando al contrario il passo «there’s still time to change the road you’re on» si possono sentire le parole «here’s to my sweet Satan», “a te mio dolce Satana”. Si diceva addirittura che quella ballata, così potente e perfetta, fosse un “dono” di Satana a Page in cambio della sua fedeltà: era, insomma, frutto della scrittura “autoindotta”. Alcune persone vicine ai Led Zeppelin dicono di aver più volte visto Page chiudersi nella sua stanza, illuminata solo da candele, suonare in modo meccanico, come se fosse “guidato” da una forza esterna. Può essere un semplice caso? Stairway To Heaven era inclusa nel disco più famoso della band, Led Zeppelin IV. Il packaging dell’album era costellato di simboli e figure misteriose. Page aveva chiesto ai quattro compagni di gruppo di scegliersi un simbolo da un libro di antiche rune e sigilli. L’unico che se lo disegnò personalmente, all’insaputa degli altri, fu lui. Il risultato fu il famoso ZoSo, riconducibile a un’equazione satanica di Crowley, anche se è molto simile a un simbolo contenuto in quello che viene considerato il libro più autorevole sulle invocazioni sataniche, il Grand Grimoire (altri fanno riferimento all’Ars Magica Arteficii, scritto nel 1557 dall’alchimista Gerolamo Cardano). «Fu solo un modo per creare confusione nei media», minimizza Page, «per vedere come avrebbero potuto nominare un album che non aveva un titolo». Ma molti suggeriscono che il disco è malefico. Alcuni fan hanno scoperto che il disegno dell’eremita errante dei tarocchi di Crowley, ritratto nella busta interna dell’lp, se riflesso in uno specchio riveli sullo sfondo un animale con le corna. «L’eremita è un simbolo di fiducia in se stessi e di saggezza», spiega tuttavia Page. «Tiene in mano una lanterna che rappresenta la luce della verità, per illuminare la via a un giovane uomo ai piedi della collina». Questo è anche il contesto in cui Page vorrà essere rappresentato nel film della band, The Song Remains The Same (1976), girato nei dintorni di Boleskine House. Nonostante Page abbia sempre negato di venerare Satana, i Led Zeppelin della metà degli anni 70 erano la rappresentazione perfetta di ciò che gli spiriti suggerirono a Crowley: «Per adorarci, bevete vino e prendete droghe strane. Siate lussuriosi, godete in ogni senso, andate in estasi». Sesso, droga, rock&roll. E morte. Nel giro di pochi anni, molte persone dell’entourage dei Led Zeppelin scompaiono tragicamente. Un fotografo amico di Page muore mentre è ospite in casa del chitarrista. Nel luglio 1977, mentre i Led Zeppelin sono in tour negli Stati Uniti, il figlio di sei anni del cantante Robert Plant, Karak, muore improvvisamente per un’infezione alle vie respiratorie. Comincia a spargersi la voce che sia stato ucciso dopo un rito satanico con abusi sessuali. Solo due anni prima, Plant aveva rischiato di morire in un incidente d’auto con la famiglia mentre viaggiava a Rodi. Curiosamente, l’unico passeggero rimasto illeso fu la figlia di Page, Scarlet. Quando i Led Zeppelin sembrano ormai pronti a tornare, il batterista John Bonham viene trovato, ubriaco, soffocato nel suo stesso vomito, il 25 settembre 1980. Si trova a casa di Page. Il giorno del funerale, i fan dicono di aver visto, dalla finestra della casa di Page, emergere un’enorme nuvola di fumo nero. Sarà la fine della band, ma non delle dicerie su satanismo e occultismo. Il 27 settembre1980 l’Evening News pubblica un articolo intitolato «la magia nera dei Led Zeppelin», scrivendo: «Robert Plant e coloro che sono vicini al gruppo sono convinti che le pratiche di magia nera di Jimmy Page siano la causa della morte di Bonham e delle altre tragedie».

  • The Beatles

Il primo, timido riferimento al mondo del satanismo compare sulla copertina di uno dei dischi più famosi della storia del rock: “Sergent Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, sulla quale compaiono i volti di tanti personaggi noti. Fra questi, in alto a sinistra, spicca l’immagine di un uomo calvo. E’ l’occultista inglese Aleister Crowley, padre del satanismo moderno e ispiratore della maggior parte dei gruppi esoterici contemporanei. Il batterista dei Beatles, Ringo Starr, dichiarò all’epoca: “Abbiamo pensato di raggruppare i volti delle persone che amiamo e ammiriamo”. Due foto di Crowley erano previste per la copertina di Sgt. Pepper. Ma una delle foto con un giovane Crowley ricordava Paul, così Crowley apparve sulla copertina una sola volta. Oppure no? Aleister Crowley morì nel 1947. 20 anni prima che Paul cantasse: Sono vent’anni ad oggi. E’ Aleisteir Crowley il vero Sgt. Pepper?

“Decidemmo di lasciare un piccolo messaggio segreto alla fine del disco. Così siamo andati in studio e abbiamo registrato il groove. Dura solo un secondo, ma c’è voluta una serata intera per farlo giusto. Non potevamo fare in altro modo. SAREMO TUTTI DEI MAGICI SUPERUOMINI. E’ chiaro, siete dei sordi, se non lo capite. “We’ll all be magick supermen”, ecco cosa dice!”. Chiaramente ispirati alle teorie di Crowley. I Beatles erano legati a Crowley anche attraverso Timothy Leary, il maggior propugnatore dell’ LSD, psicologo di Harvard e amico di John Lennon. Egli si definiva un “ammiratore di Crowley” e riteneva di starne “portando avanti” il lavoro. La canzone “Come together” è dedicata proprio a Leary.

  • The Doors

 Sul retro dell’album 13, Jim Morrison e gli altri membri dei Doors sono immortalati attorno al busto di Aleister Crowley.

  • Graham Bond

1968-1969. Trascorre in America un periodo di inattività, durante il quale conosce e sposa la cantante di colore Diane Stewart e si avvicina al mondo dell’occulto e della magia. Un pioniere del rock il cui gruppo contribuì al primo esordio di alcuni dei più grandi artisti, credeva di essere il figlio illegittimo di Crowley. Uno dei gruppi da lui fondati si chiamava Aleister Crowley’s Holy Magic («La Sacra Magia di Aleister Crowley»), e produceva un tipo di musica che, a suo dire, avrebbe aiutato gli ascoltatori a contattare le forze più elevate. Per Bond la cosa all’inizio funzionò, ma in seguito accusò disturbi mentali e morì in circostanze misteriose .

  • Ozzy Osbourne

 Ha scritto una canzone dal titolo “Mr Crowley”, palesemente dedicata al mago inglese. È stato pubblicato il 20 settembre 1980 come traccia dell’album Blizzard of Ozz.

  • David Bowie

 Cita Crowley nella canzone “Quicksand” (dall’album “The man who sold the world”). Nel 1975, il biografo di Bowie Henry Edwards lo descrisse come una rockstar che componeva certi pezzi perché ossessionato dai rituali e dai mantra di Crowley, che conservava le sue urine nel frigorifero, etichettate su consiglio della «Grande Bestia 666», e che si era rivolto ai riti delle streghe e degli esorcisti per liberarsi dagli spiriti maligni che, secondo lui, controllavano la sua vita.

  • Iron Maiden

 La canzone degli Iron Maiden ‘Revelations’, si riferisce proprio a Crowley ed al suo essere considerato l’anticristo reincarnato.

  • Sting

 Ha passato molte ore a studiare gli scritti di A.Crowley. Sulla copertina del disco “Ghost in the machine” compaioni tre numeri digitali. Girandola al contrario però si può leggere il famoso “numero della bestia”, il 666.

  • Marylin Manson

 Marilyn Manson nel brano “Misery machine” parla dell’abbazia di Thelema in cui abitò Crowley. Quali sono gli ideali satanici di Manson? Il cantante li riassume in questa dichiarazione: “Satanismo non significa adorare il diavolo. Significa che l’uomo deve essere il proprio dio sulla terra. Non devi adorare niente e nessuno, tranne te stesso”. Ancora una volta, ritroviamo la filosofia di Crowley: l’uomo che si mette al posto di Dio.

  • John Frusciante (Red Hot Chili Peppers)

E’ un ammiratore di Crowley e le canzoni, ‘666’ , ‘I’m Around’ , ‘Emptiness’ and ‘Look On’ (dall’album solista, ‘Inside of Emptiness’) sono ispirate a Crowley.

  • Prince

Girando al contrario il disco “Prince1999”, si può leggere il 666 seguito da un simbolo fallico. In basso invece è leggibile la scritta “Evil” seguita da una fiamma.

Inoltre, all’interno del disco Prince imita l’Occhio di Horus disegnato da Crowley.

ANGER: il regista seguace di Crowley

Durante un viaggio in Inghilterra, Anger diventa immediatamente amico di Mick Jagger e Keith Richards. I musicisti dei Rolling Stones lo prendono subito in simpatia, com’è logico aspettarsi, anche perché non dobbiamo dimenticare che lo stesso Jagger era molto vicino agli insegnamenti di Crowley. Morale della favola, Jagger compone la musica non di Lucifer Rising, di cui non sono rimaste che le ossa, ma del progetto di ripiego che nasce sì dalle ceneri di questo film ma che si sviluppa in modo completamente diverso. Stiamo allora parlando di Invocation of My Demon Brother (1969), in parte realizzato con gli scampoli di Lucifer Rising e in parte con materiale inedito. Tra gli attori gli stessi Jagger e Keith Richards, il redivivo Beausoleil nella parte non accreditata di Lucifero, nonché Anton LaVey nelle immancabili vesti di Satana. A guidare i lavori è un esaltato Kenneth Anger, un Faust maledetto e invasato che, tutto ricoperto d’orpelli e di sacrali abiti talari, gesticola come un tarantolato ed evoca oscure potenze infernali.I rapporti con Page sono complessi e non si riducono giusto a una particina. Tutto comincia nei primissimi anni Settanta, quando Anger, col ghiotto boccone di quindicimila sterline della British National Film Finance Corporation, parte insieme al cast per la Germania e per l’Egitto, onde girare alcune parti del film. In questo periodo conosce Jimmy Page, appassionato di occultismo e seguace pure lui di Aleister Crowley. Page era un bel tipo, perché s’era convinto che la dimora fosse infestata da un fantasma decapitato, e chiese appunto aiuto a Anger per rimediare al danno. Il regista americano, a quanto pare, era più fuori del cantante degli Zeppelin, perché corse subito in suo aiuto, armato forse non di turibolo e acqua santa, ma di bacchette magiche e di sillabario esoterico. Non si sa se l’esorcismo andò a buon fine, ma senz’altro i rapporti tra i due non ne escono bene. Infatti Anger chiede a Page di comporre la colonna sonora di Lucifer Rising, il quale acconsente entusiasta, salvo poi non produrre null’altro che una litania inascoltabile di venticinque minuti e fu licenziato. Anger decise dunque di affidarla a Bobby Beausoleil, l’ex chitarrista dei Grass Roots, il gruppo del visionario Arthur Lee che di lì a breve sarebbe diventata una delle band fondamentali del rock psichedelico, i Love. In seguito, Beausoleil, avrebbe seguito Charles Manson partecipando alla strage di Bel Air.

Sanremo 2012: la finale

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La vittoria di Roberto Vecchioni della passata edizione aveva ridato al Festival di Sanremo quella luce intensa che si era affievolita da molto tempo. Non si può dire lo stesso del trionfo di Emma. Mettiamo da parte per un secondo l’etichetta di “Amici di Maria De Filippi” e proviamo ad analizzare la sua canzone. Un testo banale, scontato dall’inizio alla fine, che si auto-dichiara impegnato ma che in realtà è un semplice susseguirsi di parole strappalacrime stile soap opera urlate a squarciagola. Parole che non arrivano al cuore e suonano più come le esternazioni attira-voto delle varie Miss Italia: “voglio la pace nel mondo” (però dietro le quinte io e le altre ci prendiamo a capelli), “amo la famiglia” (però sono l’amante di un uomo sposato), “amo gli animali” (ho il cagnolino stile topo come quello di Paris Hilton perché fa fico). Tant’è vero che la signorina Marrone non ricordava nemmeno i nomi degli autori della sua “Non è l’inferno” (tranne che quello di Kekko dei Modà ovviamente). E così, ancora una volta Maria giunse al fin facendo mangiare la polvere ad altre due donne sicuramente più meritevoli. Un Festival in rosa quindi questo 62°, tinto di blu solo dal premio della critica Mia Martini che è stato vinto da Samuele Bersani e la sua “Un pallone”.

Si conclude così l’ultima serata di un Festival che si era aperto con una coreografia tutta peace&love sulle note di “All you need is Love” dei Beatles, condita da roventi baci appassionati scambiati da diverse coppie sul palco.

Mediocre anche quest’anno la conduzione portata avanti al grido di “stiamo tecnici” (in memoria dello “stiamo uniti” dello scorso anno) e contornata da gaffe, interviste inutili, problemi tecnici e ballo della foca. L’unico faro nel buio della kermesse è stato Rocco Papaleo: con gli occhi sempre più sgranati ha saputo ergersi a dissacratore del Dio Festival in modo del tutto inconsapevole. Sembrava che fosse lì per caso, che fosse uno di passaggio e invece è stato l’unico a lasciare il segno sul quel palco freddo. Di Ivanka invece ci resterà solo il ricordo, e forse neanche quello, della sua risata osceno-isterica.

Questo finale ha visto anche il ritorno di Celentano che ha tentato di parlare ritornando al tema Famiglia Cristiana e L’Avvenire, ma è stato sommerso dai fischi e dalle urla: “basta”, “predicatore”. Lui ha reagito così: un bicchiere d’acqua e via, giù nello stomaco tutta l’amarezza.

Abbandonate le vesti di predicatore, Adriano ci ha concesso mezzora di musica prendendosi il giusto riscatto. Prima “La cumbia di chi cambia”, poi con Morandi canta “Ti penso e cambia il mondo”. Il pubblico si emoziona con Gianni che si lascia andare alla commozione: “scusate ma mi sono proprio commosso, in questi dieci minuti ho rivissuto tutta la mia giovinezza, quando da ragazzino lo imitavo…”. E’ questo il Celentano che avremmo voluto vedere anche la prima sera.

Dalle lacrime passiamo alla comicità intelligente di Geppi Cucciari che scherza sugli slip di Belen, su Celentano e sulle varie polemiche che hanno invaso il Festival. Peccato che Morandi – “il ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones senza però mai essere corrisposto” – non riesca a cogliere la sua sottile (e neanche tanto) ironia.

Hanno calcato il palco ancora una volta Luca e Paolo, poi il vincitore di Sanremo Social Alessandro Casillo e i Cranberries.

Ma torniamo alla protagonista: la gara. Finale prevedibile? Sicuramente sì se pensiamo alla nutrita schiera di fan della salentina Emma e all’appoggio di Maria De Filippi, oramai potente quanto una major discografica. La prevedibilità però non affascina quasi mai e si cerca sempre di accendere un lumino di speranza, la speranza nel cambiamento, nel riscatto della meritocrazia e della bella musica. Lo avevamo trovato in Noemi, in Arisa, in Nina Zilli, ma lo abbiamo perso quando Morandi ha aperto la busta rossa con il nome del vincitore. Ci si può consolare con la canzone di Arisa…“né vincitori, né vinti, si esce sconfitti a metà” oppure si può semplicemente giungere alla conclusione che Sanremo non è il Festival della Canzone Italiana ma di una piccola parte della canzone italiana. Fuori dall’Ariston c’è tutto un mondo di musica di qualità che non ha scelto le vie più semplici e veloci per emergere ma sta lì, umile e stretta in un angolo, che aspetta solo di essere ascoltata.

(i commenti alle altre serate li trovate qui: http://www.eclipse-magazine.it/?s=sanremo+2012)

Led Zeppelin IV

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Senza ombra di dubbio, Led Zeppelin IV o ZoSo o Four Symbols che dir si voglia, è il mio disco preferito.
Di seguito un articolo che scrissi per Eclipse Magazine, il mio primissimo articolo ROCK datato 01/04/2010.
Quando sentii Robert cantare, subito pensai che in lui ci fosse qualcosa che non andava. Intendiamoci, era bravo, ma quella specie di suo gemito primordiale aveva il potere di innervosirmi…” (Jimmy Page)
Il volto del rock è cambiato, le regole musicali sono state stravolte e le chitarre elettriche sono diventate il pane quotidiano. Siamo negli anni ‘70, o meglio, ci siamo ritornati attraverso la macchina del tempo nata dalla passione per il rock, quello vero. Proveremo a ripercorrere  l’incredibile cammino tracciato dai “Gods of Rock”, coloro i quali sono riusciti ad avere ben 9 album in classifica contemporaneamente: sono i Led Zeppelin, fondamentale pezzo di storia della musica internazionale, difficilmente paragonabili ad altre band.
Ci soffermeremo in particolare su un disco, quello della maturità, quello senza nome. Sì, perché  il quarto album dei Led Zeppelin, pubblicato l’8 novembre 1971 dall’Atlantic Records, è privo di un titolo ufficiale. Con grande riprovazione dell’etichetta, il disco uscì addirittura con una copertina su cui non compariva né il nome del gruppo, né il titolo dell’album, che per comodità venne denominato “IV”, ma anche “Four Symbols” (perché  all’interno della copertina erano riportati quattro simboli magici), o “Zo-So” (dal simbolo legato a Jimmy Page). L’intenzione era quella di focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla musica, eliminando qualsiasi elemento “extra”. Il brano più importante dell’album è Stairway to Heaven, votata dai lettori del Melody Maker come la migliore canzone della storia del rock. Nonostante le  accuse di satanismo subite negli anni (qualcuno affermerà perfino che ascoltandola al contrario si possa percepire un messaggio demoniaco), “Stairway To Heaven” diverrà l’inno per antonomasia dei Led Zeppelin. Curiosamente, però, non verrà mai incisa su 45 giri, a causa dell’ostinato rifiuto della band, che continuerà a resistere orgogliosamente al pressing dei discografici. “Black dog”, con la sua rivisitazione del rock ‘n’ roll primordiale, “è nata dall’immagine potente di un vecchio cane nero che dormiva tutto il giorno in casa Headley Grange” (Jimmy Page). Altra curiosità riguarda “Rock ‘n’ roll”, basato su una delle strutture più frequenti del genere omonimo: il Blues in 12 misure di LA. Il chitarrista Jimmy Page ha dichiarato che la struttura della canzone è venuta fuori mentre si cercava di completare (invano) la stesura di “Four Sticks”. In un momento di ispirazione, Page ha cominciato a suonare e Plant ha scritto i testi.
Faremo musica finchè uno di noi non creperà” (Jimmy Page). E così è stato. I Led Zeppelin si sono sciolti alla morte del batterista John Bonham nel 1980.
Il rock ‘n’ roll però non è una band, né un pezzo di ghiaccio e, di conseguenza, non conosce l’azione riflessiva dello “sciogliersi”. Il rock ‘n’ roll è il cuore che pompa il sangue nelle vene, è l’adrenalina che si propaga nel sistema nervoso durante un assolo di chitarra elettrica, è la vibrazione che risveglia i corpi. Il rock ‘n’ roll sono i Led Zeppelin. Il rock ‘n’ roll non è morto e non morirà mai.
(da Eclipse Magazine –  www.eclipse-magazine.it)

Si può provare nostalgia per un passato mai vissuto?

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Vi è mai capitato di guardare un film ed immedesimarvi completamente nel protagonista? A me è capitato più di qualche volta, ma con Midnight in Paris è addirittura scattata l’esclamazione: “Ooooh! Ma sono proprio io! Gil è me. Io sono Gil!”.  Il sognatore Gil ama Parigi e gli anni ’20, camminare sotto la pioggia, i cafè e i bistrot; sta scrivendo un libro il cui protagonista lavora nel negozio Nostalgia, per i clienti che vivono nel passato. Per qualcuno si tratta di negazione, incapacità di affrontare il presente: è la sindrome dell’epoca d’oro. In realtà il vero protagonista del film non è esattamente Gil, bensì la nostalgia. Il mio amato Woody Allen ha voluto mandarci un messaggio: non mitizzate il passato, cercate il vostro posto nel presente e vedrete che spunterà anche fuori l’anima gemella. Come dargli torto?! Eppure io continuo a provare nostalgia per un’epoca che non ho mai vissuto, gli anni ’70. E’ come se fossi la reincarnazione di una ragazza vissuta in quegli anni, negli anni d’oro del rock. Questa mia caratteristica è ormai diventata il bersaglio preferito della “critica”. “Come fanno a piacerti queste cose da vecchi? Come fai ad ascoltare i Led Zeppelin? Come fai a leggere Bukowski? Devi ascoltare l’indie, l’elettronica, la musica moderna!”. Forse hanno ragione… è vero,  non riesco proprio a digerire gran parte di ciò che è contemporaneo. Preferisco addentrarmi nei meandri di epoche lontane, talmente distanti dalla mia realtà che mi affascinano, mi incuriosiscono come tutte le cose che percepisco come “molto diverse da me”. Sono semplicemente nata postuma. Oppure, come sostiene Allen, sono una di quelle persone che trovano difficile cavarsela nel presente. Probabilmente si tratta di un circolo vizioso: chi ha vissuto negli anni ’70 avrebbe voluto vivere negli anni ’30 e via dicendo. Dopo svariati incontri emozionanti, infatti, Gil si rende conto che in la nostalgia per il passato esiste in qualunque epoca. Però, cavolo, come si fa a non sognare di salire almeno una volta nella vita su una macchina del tempo? Come si fa a non invidiare uno scrittore che ha conosciuto i suoi miti letterari? Come si fa a non mitizzare la Parigi degli Anni Venti, tra Hemingway ed Eliot quando qui abbiamo Federico Moccia e Fabio Volo? Come posso io non mitizzare gli anni ’70 e i Led Zeppelin quando qui mi ritrovo i Modà? Quando troverete la cura alla sindrome dell’epoca d’oro fatemelo sapere. Vi prometto che sarò la prima a sperimentarla.

http://www.youtube.com/watch?v=k_yQ2XAfj1M&feature=related