Archivio mensile:giugno 2012

Il Teatro degli Orrori live @Supersanto’s (Roma)

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24 giugno 2012, ore 23. Si alza il sipario e il colore nero mette in scena il suo monologo. Il palco di un concerto come quello di un teatro. Non si tratta di teatro contemporaneo, né di quello classico e neppure di teatro dell’assurdo. E’ il Teatro degli Orrori. Teatrale è Pierpaolo Capovilla che, armato della sua voce luciferina, ha combattuto con e contro le chitarre distorte della band. Il Teatro degli Orrori, dove persino una partita di calcio – vista dagli occhi di Capovilla – diventa un male della nostra società. “Guardate, guardate pure quei miliardari in mutande inseguenti un pallone! Vent’anni fa il calcio era bello, ora fa schifo” – ha urlato il cantante durante i rigori di Italia-Inghilterra.

Tra i nuovi brani tratti da “Il mondo nuovo” e le vecchie glorie, Il Teatro degli Orrori ha infuocato il pubblico per un’ora decretando la sua essenza rock, ribelle e filosofeggiante. L’ossigeno ha lasciato il posto all’adrenalina, regina incontrastata dei polmoni dei presenti. Si salta, si urla, si poga, ci si incazza e ci si commuove, sul finale, con “La canzone di Tom”. Come ci illudi Tom di essere ancora tutti vivi…

Forse Capovilla parla troppo o forse no. Ciò che conta è che attira gli sguardi e gli orecchi di tutti come fosse una calamita. Genera inquietudine, ma fa anche tanta tenerezza. E’ lui, è Pierpaolo, il cantante/attore/filosofo che domina la scena con il suo mood incazzato e passionale. Ed è sempre lui che, a fine concerto, si affaccia alle transenne e abbraccia con affetto e umiltà i suoi giovani fan.

A proposito, l’Italia ha vinto o no?

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“How does it feel to be on your own with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone?”

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Era l’aprile del 1961 quando un ragazzino di nome Robert Allen Zimmerman, originario di Duluth (Minnesota), scappò di casa per inseguire i sogni di gloria approdando a New York.

Con la sua voce nasale, i modi imperscrutabili e i testi pungenti, il menestrello di Duluth divenne ben presto il simbolo della nuova generazione folk.

Nel 1965 Bob Dylan si innamora della musica elettrica e introduce elementi beat e blues nelle sue canzoni. Emblema della sua rivoluzione stilistica è “Like a rolling stone”, quella che secondo la rivista musicale “Rolling Stone” è la più grande canzone di tutti i tempi.

Fu scritta da Dylan proprio nel 1965 per entrare a far parte dell’album “Highway 61 Rivisited” e la sua base non è fatta di musica, bensì di venti pagine in cui l’autore sfoga la sua rabbia contro un destinatario ignoto. In realtà alcuni lo identificano in Edie Sedgwick, un’attrice/modella della Factory di Andy Warhol per la quale Dylan scrisse anche “Just like a woman” sempre nello stesso anno.

La pietra che rotola, metafora della solitudine, è un’immagine spesso utilizzata nella scena musicale blues e folk: “How does it feel? How does it feel to be on your own with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone?”.

Like a rolling stone” è stata riproposta da molti artisti in memorabili cover tra cui quelle dei grandi Jimi Hendrix e Rolling Stones. Ancora oggi questa narrazione musicale continua ad influenzare artisti di tutto il mondo, come Francesco de Gregori che la cita esplicitamente nel brano “Tutto più chiaro da qui”.

Controcorrente nelle vene e coerente con i suoi testi, Bob Dylan non ha intrapreso la via della solitudine, non ha scelto di “rotolare come una pietra” ma di continuare a nutrire la propria anima con ciò che di più puro e trascendentale possa esistere: la poesia e la musica.

(Leggi anche Lui, lei e l’altra: Bob Dylan, Joan Baez e Sara Lownds)

Major vs Etichette Indipendenti

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Le case discografiche sono come le botti di vino: in quelle piccole c’è (quasi sempre) il prodotto migliore. La ragione è facilmente intuibile: in Italia vige oramai il duopolio Sony-Universal e la maggior parte degli artisti presenti nel roaster sono figli dei talent show. Un esempio? Gli “Amici di Maria de Filippi” (come Emma Marrone e Alessandra Amoroso) hanno ottenuto un contratto con le major grazie alla partecipazione alla nota trasmissione televisivo-invasiva. Maria De Filippi, prima di essere una donna di spettacolo, è una grande imprenditrice musicale. Lei è, ahinoi, la discografia italiana. Lei è in grado di decidere le sorti del Festival di Sanremo. Il suo dominio sull’impero musicale italiano è inversamente proporzionale all’altezza di Maurizio Costanzo, suo fedele consorte.

Ciò che si mette in dubbio qui non è tanto il talento di questi ragazzi, bensì la qualità delle loro (?) produzioni. E’ risaputo che le major sono i dittatori dell’industria musicale: la pressione esercitata sugli artisti li rende delle marionette nelle loro mani. Ecco perché, verso la fine degli anni Novanta, sono nate le etichette indipendenti. La rivoluzione è partita con l’incremento degli studi di registrazione privati, di masterizzatori cd e con la diffusione di Internet. La differenza tra i due generi di etichetta è data dal loro concetto stesso: le major vedono nella band semplicemente un business, quindi firmano contratti esclusivamente con gruppi che ritengono possano vendere un numero di dischi tale da risarcire la stessa major dell’ingaggio della band e ottenere un forte guadagno; le label puntano invece a contribuire la diffusione della musica delle band che arrivano a poche copie vendute per ogni album. Pare però che oggi dichiararsi “indipendenti” sia diventata una sorta di moda. Auto-definirsi “indie” è cool. L’abuso dell’aggettivo “indie” è controproducente, specie quando non si ha ben chiaro il suo significato. Cosa vuol dire indie? Di certo non lungo ciuffo laterale, jeans strizza-gambe, occhiali da nerd o giubbino di pelle. “Indie” sta per “fuori dalla massa (spesso informe e confusa)”; “indie” sta per libertà di espressione musicale; “indie” sta per “nonm’importadiappariresuMTV”; “indie” sta per “nonconoscoMariaDeFilippi”. Le etichette indipendenti hanno accettato una sfida molto rischiosa: dimostrare che ancora oggi – in barba alla crisi della discografia – è possibile setacciare il sottobosco musicale italiano ottenendo discreti successi. La torta è piccola, a volte minuscola, e per mangiarne anche solo una fettina bisogna faticare a testa bassa; dietro l’angolo, però, si nasconde un enorme e bellissimo mare di soddisfazioni. La parola d’ordine è “futuro”. Oggi più che mai bisogna vivere con i piedi saldamente ancorati al presente e lo sguardo costantemente rivolto al futuro, se si vuole sopravvivere con dignità nel mondo della discografia. Poi, quando ci si ritrova a bere in compagnia di colleghi e addetti ai lavori, è concesso lasciarsi avvolgere da un velo di malinconia e rievocare l’età dell’oro con un misto di rimpianto e commozione. L’importante è poi rientrare a casa, vomitare tutto (evitando però di morire soffocati come John Bonham) e la mattina dopo ricominciare da zero… con i piedi saldamente ancorati al presente e lo sguardo costantemente rivolto al futuro.