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“The Great Gig in the Sky” – Pink Floyd

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“I never said I was frightened of dying.“
“Non ho mai detto di avere paura della morte.”

L’inconoscibile è ciò che più di ogni altra cosa fa paura ma, allo stesso tempo, affascina e stimola la curiosità dell’intelletto umano.

Emblema dell’ignoto è la morte, il nulla, il punto fermo dopo la vita, l’inquietudine interiore che porta alla depressione e all’alienazione.
Un lungo viaggio che ci conduce alla morte: è questo il significato più inquietante della nostra vita e i Pink Floyd sono riusciti a rappresentarlo magistralmente  in musica con “The Great Gig in the Sky”.
Il brano prende forma in modo pacato e leggero con un giro di accordi rilassato di un pianoforte che incontra sporadicamente una chitarra delicata e sognante. Poi d’improvviso una voce che, intimorita ma all’apparenza spavalda, esclama: “E non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non vi sarebbe alcuna ragione, prima o poi si deve andare”. La serenità delle prime note è come una preparazione psicologica a ciò che di sconvolgente sta per accadere. Un lungo corridoio buio che lascia spazio solo alle immagini ritratte dalla fantasia, poi una luce accecante annunciata dalle note di una batteria nervosa e rappresentata egregiamente da una voce femminile, quella di Clare Torry. Un urlo liberatorio reso suadente da un timbro vocale morbido e sensuale, quasi a voler significare che la morte è vicina ma non è così terribile come tutti credono. È il trapasso dalla vita terrena allo spazio celeste circondato dai suoi pianeti, è “the dark side of the moon” (la parte oscura della luna) quella che affascina ma che terrorizza per la sua essenza impalpabile e misteriosa.
The Great Gig in the Sky” è la quinta traccia dell’album “The Dark side of the Moon”, pubblicato nel 1973 dai Pink Floyd. Prima di diventare “The Great Gig in the Sky” il titolo era “The Mortality Sequence” e la struttura era molto diversa: c’era soltanto un organo e qualche estratto vocale di persone che parlavano di morte. Dopo 3’33’’ si può sentire una voce femminile dire “I never said I was frightened of dying”, ma secondo una leggenda metropolitana la frase detta era “If you can hear this whisper you die”. La voce appartiene a Myu Watts, madre dell’attrice Naomi Watts e moglie dell’allora tecnico del suono dei Pink Floyd Peter Watts.
Non è importante aver dato un’ interpretazione erotica (per alcuni la voce di Clare Torry rappresenta l’atto d’amore nella sua forma energetica esplosiva tipica dell’orgasmo) o esistenziale (il momento della morte e della nascita come fossero gli stati psicofisici della nostra stessa realtà vitale) a questo brano, ma quanto aver provato, attraverso la sua intensità musicale, un percorso immaginario verso l’infinito vissuto come catarsi interiore. “The Great Gig in the Sky” offre agli ascoltatori più sensibili una via di fuga dalla quotidianità, dalla monotonia, dalla staticità per liberarsi dai condizionamenti negativi che la mente produce e per vivere un’esperienza mistica carica di pathos emotivo.
(Articolo originariamente pubblicato su Eclipse Magazine il 21 settembre 2010)
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“The Wall” – Pink Floyd

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Ho appena appreso l’incredibile notizia del ritorno di “The Wall” di Roger Waters. Sarà in Italia il prossimo 26 luglio allo stadio Euganeo di Padova e il 28 luglio allo stadio Olimpico di Roma.

Per l’occasione ripropongo un mio vecchio articolo scritto per Eclipse Magazine (www.eclipse-magazine.it).

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“Stavo tentando di dare un senso alla mia vita e in qualche modo, beh sì, devo dire di avercela fatta.” (Roger Waters in un’intervista al Rolling Stone)

 

Mattone dopo mattone, sofferenza dopo sofferenza, Waters ha costruito il suo muro – The Wall – la sua barriera di separazione dalla realtà, dal mondo sensibile in cui si sentiva un pesce fuor d’acqua. La sua vita ha trovato senso nel sodalizio tra la musica e la comunicazione visiva che, come un terremoto, ha buttato giù quel muro all’apparenza insormontabile e indistruttibile. Con “The Wall” Roger Waters ha effettuato un percorso di catarsi interiore e creativa che lo ha condotto alla piena coscienza di sè e degli altri. Se è vero che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, in realtà quel muro non è stato abbattuto ma si è tramutato nella forza creativa di Waters.

Prima di entrare nel vivo del disco, occorre analizzare il contesto in cui è stato creato poiché è nella sua genesi che si possono trovare i significati più reconditi dell’intera opera frutto della geniale follia di Waters. Tutto ebbe inizio nel 1977 durante l’ultima disastrosa tappa del tour “In the flesh”. L’impianto audio era talmente scarso da venire coperto dalle urla del pubblico euforico ed indisciplinato. Accadde poi che un ragazzo ubriaco si arrampicò sulla barriera che separava il gruppo dagli spettatori, Waters perse la pazienza e gli sputò addosso. Fu un gesto impulsivo e sconsiderato che segnò il bassista al punto da mettere in discussione il suo rapporto con i fan e con la band stessa. I Pink Floyd erano allo sfascio e, nonostante il loro incredibile successo, stavano finendo in banca rotta a causa di investimenti sbagliati. Per risanare le finanze dovettero produrre un disco in poco tempo. Prontamente arrivò “The Wall”, l’ossessione personale di Waters. Era ricco e famoso ma incapace di sfuggire ai suoi problemi cominciati con la perdita del padre, vittima della Seconda Guerra Mondiale. Decise di reagire come una vera e propria rockstar: si rintanò in una casa isolata nella campagna inglese con la sola compagnia di un sintetizzatore e di un mixer e diede vita ad una grande opera rock nel bel mezzo dell’esplosione punk. Il risultato fu un doppio album costruito su tre livelli d’ispirazione: uno autobiografico, uno derivato dall’osservazione della società e l’altro frutto di puro artificio narrativo. Waters ripercorre in musica l’intera vita di Pink, un personaggio dalla psicologia pirandelliana che attinge all’iconografia della rockstar. Simbolicamente, nel primo disco, le difficoltà e i traumi esistenziali del protagonista vengono rappresentati come singoli mattoni che vanno a costruire un muro di isolamento che lo allontanano dalla realtà, fino alla completa alienazione…”just another brick in the wall”. Nel secondo disco, a muro completato, si ricomincia daccapo: dal vagito, dalla nascita. Pink ricerca i mattoni che hanno costruito il muro per affrontare introspettivamente i propri problemi. Dalla condizione di totale isolamento, cerca di riaprire qualche squarcio verso l’esterno (“Is there anybody out there?”) per giungere al completo abbattimento del muro che lo riporterà finalmente in contatto con il mondo esterno. La struttura scelta da Waters è quindi quella di un doppio percorso, due strade che rappresentano un percorso unico ma anche due vie diverse come fossero paradossalmente due rette sia parallele sia incidenti. La trama narrativa è costruita su molteplici livelli d’interpretazione che diventano parte di un’opera unica come infiniti giochi di specchi, riflessi di vita in cui l’ascoltatore può identificarsi. Uno di questi livelli è quello della follia incarnata da Syd Barrett. Il muro può infatti rappresentare anche la pazzia, la barriera che ci divide dalla realtà, quella stessa barriera che ha separato Syd dal gruppo. Il riferimento al diamante pazzo che per anni ha ossessionato la vita di Roger è rintracciabile nella fragilità della rockstar Pink, nel suo urlo disperato in “Nobody Home”, nel suo deserto interiore causato dalla mancanza di contatti con l’esterno. Che sia proprio la pazzia la via d’uscita? Il rifiuto e la negazione del mondo posso salvarci dal dolore? E’ ciò che si domanda Waters ma è anche ciò che più lo terrorizza e che tenta di esorcizzare.

L’alternarsi di momenti di intimismo lirico, di violenze frammentate spesso scatenate dalla magistrale chitarra di Gilmour, di leit motiv d’impronta classica, di crescendo improvvisi delle tastiere e accordi distanti tra loro su di un tappeto vellutato hanno fatto di “The Wall” un’opera memorabile impressa nei cuori di milioni di ascoltatori in tutto il mondo.

(Fonte: http://www.eclipse-magazine.it/cultura/musica/deep-rock/%E2%80%9Cthe-wall%E2%80%9D-%E2%80%93-pink-floyd.html)

“Shine on you crazy Diamond” – Pink Floyd

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Non penso che quando parlo sia facile comprendermi, ho qualcosa che non va nella testa. E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia” (Syd Barrett)

Come si può descrivere un capolavoro indiscusso come Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd? In questo caso diventa ahimè veritiera l’affermazione di Frank Zappa, nemico dei giornalisti musicali, “scrivere di musica è come ballare di architettura”, perché trasporre su carta il turbinio di emozioni generato da tale canzone è compito davvero arduo e forse addirittura presuntuoso. Un tentativo mi è concesso e di sicuro non risulterà nocivo, sperando di non incorrere nel vizio dell’impoverimento. Così con le cuffie alle orecchie, gli occhi chiusi e tanta immaginazione mi accingo a “sentire”, nel senso più profondo del verbo, uno dei brani più coinvolgenti nella storia della musica tentando di raccontare e interpretare attraverso semplici parole i brividi che percorrono la mia e credo anche la vostra pelle.

Il buio, l’assenza, il vuoto, l’infinito. Si alza il sintetizzatore di Richard Wright e lentamente si apre uno spiraglio di luce che lascia intravedere un paesaggio lunare. Quattro note accennate da David Gilmour alla chitarra e il viaggio ha inizio. Il suo tocco nitido e deciso rappresenta la luce in continua lotta con la tastiera che, dal canto suo, crea un’atmosfera grigia e cupa, un abisso nel quale si rischia di cadere se non ci si aggrappa alle corde della chitarra. La struttura musicale diventa estremamente complessa quando entrano in gioco le percussioni che impavide si fanno strada lungo la via Lattea con prepotenza e convinzione. Ma il dolore e la disperazione sono ormai parte integrante di questo viaggio. Esiste una via d’uscita? La chitarra si dispera perché lo spiraglio di luce si fa sempre più flebile. “Remember when you were young, you shone like the sun”… Una risata e poi la voce di Roger Waters che si sposa perfettamente con gli strumenti: ognuno esprime il proprio dolore, a modo suo e insieme raggiungono una potenza espressiva senza eguali. Il sax struggente di Dick Parry ci riporta al tema centrale: la volontà di mantenere un contatto con il resto del mondo tra dolore e disperazione, senso di vuoto e ricerca di uno spiraglio di luce. “Shine on you crazy diamond”… Ancora quel bagliore, un diamante che brilla della sua follia. Che sia proprio la pazzia la via d’uscita? Il rifiuto e la negazione del mondo posso salvarci dal dolore? “You reached for the secret too soon, you cried for the moon. Shine on you crazy diamond.”

Shine on you crazy diamond” (1975) è contenuta nell’album “Wish you were here” che, nell’intenzione di Roger Waters, doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett verso il quale l’intera band nutriva un forte senso di colpa. Il brano in questione è una composizione epica in nove parti dedicata al “diamante pazzo” dei Pink Floyd. Il 5 giugno 1975, alla vigilia del secondo tour americano, durante il missaggio finale di “Shine on you crazy diamond” entrò in studio un uomo obeso con le sopracciglia rasate, un impermeabile dal cui taschino spuntava uno spazzolino da denti, le scarpe bianche e un sacchetto di plastica in mano. Quando dopo un po’ di tempo riconobbero in lui Syd Barrett, il loro “pazzo diamante”, i vecchi amici scoppiarono a piangere ma l’istrionico artista continuava a brillare, nella sua follia e nella sua genialità … “and shine!”

(Pubblicato su Eclipse Magazine)