Archivio mensile:marzo 2012

“Shine on you crazy Diamond” – Pink Floyd

Standard

Non penso che quando parlo sia facile comprendermi, ho qualcosa che non va nella testa. E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia” (Syd Barrett)

Come si può descrivere un capolavoro indiscusso come Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd? In questo caso diventa ahimè veritiera l’affermazione di Frank Zappa, nemico dei giornalisti musicali, “scrivere di musica è come ballare di architettura”, perché trasporre su carta il turbinio di emozioni generato da tale canzone è compito davvero arduo e forse addirittura presuntuoso. Un tentativo mi è concesso e di sicuro non risulterà nocivo, sperando di non incorrere nel vizio dell’impoverimento. Così con le cuffie alle orecchie, gli occhi chiusi e tanta immaginazione mi accingo a “sentire”, nel senso più profondo del verbo, uno dei brani più coinvolgenti nella storia della musica tentando di raccontare e interpretare attraverso semplici parole i brividi che percorrono la mia e credo anche la vostra pelle.

Il buio, l’assenza, il vuoto, l’infinito. Si alza il sintetizzatore di Richard Wright e lentamente si apre uno spiraglio di luce che lascia intravedere un paesaggio lunare. Quattro note accennate da David Gilmour alla chitarra e il viaggio ha inizio. Il suo tocco nitido e deciso rappresenta la luce in continua lotta con la tastiera che, dal canto suo, crea un’atmosfera grigia e cupa, un abisso nel quale si rischia di cadere se non ci si aggrappa alle corde della chitarra. La struttura musicale diventa estremamente complessa quando entrano in gioco le percussioni che impavide si fanno strada lungo la via Lattea con prepotenza e convinzione. Ma il dolore e la disperazione sono ormai parte integrante di questo viaggio. Esiste una via d’uscita? La chitarra si dispera perché lo spiraglio di luce si fa sempre più flebile. “Remember when you were young, you shone like the sun”… Una risata e poi la voce di Roger Waters che si sposa perfettamente con gli strumenti: ognuno esprime il proprio dolore, a modo suo e insieme raggiungono una potenza espressiva senza eguali. Il sax struggente di Dick Parry ci riporta al tema centrale: la volontà di mantenere un contatto con il resto del mondo tra dolore e disperazione, senso di vuoto e ricerca di uno spiraglio di luce. “Shine on you crazy diamond”… Ancora quel bagliore, un diamante che brilla della sua follia. Che sia proprio la pazzia la via d’uscita? Il rifiuto e la negazione del mondo posso salvarci dal dolore? “You reached for the secret too soon, you cried for the moon. Shine on you crazy diamond.”

Shine on you crazy diamond” (1975) è contenuta nell’album “Wish you were here” che, nell’intenzione di Roger Waters, doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett verso il quale l’intera band nutriva un forte senso di colpa. Il brano in questione è una composizione epica in nove parti dedicata al “diamante pazzo” dei Pink Floyd. Il 5 giugno 1975, alla vigilia del secondo tour americano, durante il missaggio finale di “Shine on you crazy diamond” entrò in studio un uomo obeso con le sopracciglia rasate, un impermeabile dal cui taschino spuntava uno spazzolino da denti, le scarpe bianche e un sacchetto di plastica in mano. Quando dopo un po’ di tempo riconobbero in lui Syd Barrett, il loro “pazzo diamante”, i vecchi amici scoppiarono a piangere ma l’istrionico artista continuava a brillare, nella sua follia e nella sua genialità … “and shine!”

(Pubblicato su Eclipse Magazine)

Nonsense

Standard

 

L’ Instabile è ormai caldo

e il Fuggitivo corre senza meta.

Il Misterioso mi avvolge

in un tenero abbraccio

che mi riporta verso l’Inconoscibile.

Tutto è confuso.

 

Il Saggio mi ossessiona con i suoi consigli;

il Folle mi trascina nell’ Errato.

Tutto è sconvolto.

 

Il Mellifluo mi coccola;

l’Ambiguo mi strazia.

Adoro l’Amabile

e voglio lasciarmi trasportare da lui.

Desidero l’ Impenetrabile

e voglio lasciarmi tormentare da lui.

Tutto è caotico.

 

Ed io amo l’Insolito.

Madame Bovary c’est moi!

Standard

Quando la realtà non è all’altezza delle aspettative si tende ad evadere, a privilegiare l’illusione. Emma Bovary – delusa nelle sue aspettative, continuamente insoddisfatta e desiderosa di realizzare le sue ambizioni – è incapace di accettare la realtà. Ostinata fino alla fine ad inseguire e a cercare di realizzare i suoi sogni, Emma attribuisce all’ambiente in cui vive la sua insoddisfazione dovuta invece solo alla mancanza di contatto fra illusione e realtà. Madame Bovary c’est moi!  Sono un’insoddisfatta cronica. E non sono di certo originale in questo! Ludwig Borne diceva che la maggior parte della gente è scontenta, perché pochi sanno che la distanza fra uno e niente è più grande che fra uno e mille. Sicuramente io non sono una dei “pochi” che lo sanno.

Potrei immedesimarmi in un romanzo (“Madame Bovary” di Flaubert, appunto) o in una canzone (“I can’t get no satisfaction” dei Rolling Stones) o in una persona che soffre di disturbo bipolare. Ho appena letto che, nelle forme attenuate, di solito l’evoluzione è verso una forma di insoddisfazione cronica, in cui dominano la noia, la delusione, la mancanza di motivazione e la difficoltà nel costruire rapporti stabili.

E’ come se avessi barattato il mio senso dell’umorismo e il mio cinismo con un pessimismo schopenhaueriano. Il filosofo disfattista sosteneva che i bisogni rimandano sempre a nuovi bisogni in una catena infinita la cui chiave è la perenne insoddisfazione. «Nel nostro volere in generale sta la nostra disgrazia». Cosa vogliamo, poco importa: il nostro volere non ha mai soddisfazione, altrimenti porrebbe fine a se stesso. Non cessiamo mai di volere e la vita è eterno soffrire. Il raggiungere qualcosa di desiderato coincide con l’accorgersi che esso non valeva la pena di tanto sforzo: il valore prospettato è sempre infinitamente maggiore di quello effettivo. Noi viviamo sempre aspettando qualcosa di più, di meglio, e il presente è sempre accolto come un qualcosa di provvisorio, un nulla, un mezzo per un futuro migliore. Il presente è o l’insoddisfazione del bisogno ancora da soddisfare o quella del bisogno appena soddisfatto. Onde i più, quando si guardano indietro, si accorgono di aver sempre vissuto provvisoriamente, e quella somma di tanti presenti insoddisfatti è la loro vita.

“Che tristezza!” – starete pensando e magari starete anche preparando il cappio da mettere al vostro collo. Ebbene sì, non riesco a rendere questo post meno deprimente di così. Tranquilli, è tutta colpa della sindrome premestruale! Questo mio flusso di coscienza infatti somiglia sempre più al flusso mestruale. Lo so che è una similitudine riluttante e anche un po’ splatter, ma rende perfettamente l’idea.  Nel frattempo però ho messo il pollo in forno, l’ho insaporito con tante spezie profumate e ho deciso che il mio unico desiderio di oggi sarà lui… perlomeno il mio palato e il mio stomaco saranno soddisfatti. Per l’anima, invece, c’è ancora molto da lavorare.

“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” – The Beatles

Standard

“Quell’album rappresenta la nostra performance” (Paul McCartney)

“Era la fine 1966, c’era un grande fermento. Era l’inizio del periodo hippy e allora mi sono chiesto quale nome strano poteva avere una band… Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band mi sembrò perfetto.” (Paul McCartney)

L’idea geniale che è alla base del disco pietra miliare della musica venne proprio a Sir Paul: immaginare e dare vita ad alias dei quattro componenti del gruppo. Da qui la nascita di una band che avrebbe dovuto sostituire i Beatles in tour. Dopo la sfortunata tappa nelle Filippine, che li ha visti vittime di svariati qui pro quo, i leggendari scarafaggi decisero infatti di non suonare più dal vivo. Così dal 24 novembre del 1966 si chiusero in studio. Per la prima volta nella storia della musica, un gruppo entrava in una sala d’incisione senza limiti di tempo per poter sperimentare con calma tutto ciò che desiderava. Dopo 129 giorni e circa 700 ore di registrazione l’ottava opera (in cinque anni) dei Beatles fu completata: 13 brani più 3 che ne avrebbero dovuto far parte ma che vennero pubblicati come singoli separatamente. Sono “Penny Lane”, “All you need is love” “Strawberry Fields Forever”. Quest’ultima, in particolare, fu concepita da Lennon come un invito ad entrare in una dimensione parallela partendo dai suoi ricordi d’infanzia e dalle sue scappatelle nel giardino dell’Esercito della Salvezza. “Ho scritto Strawberry Fields in Spagna, mentre giravo con Richard Lester il film anti-bellico Come ho vinto la guerra. Era un rifugio dell’esercito della salvezza… stava vicino alla casa dove vivevo con la zia, in periferia. Ma il nome per me era soprattutto un’immagine” – raccontò John. La potenza innovativa della canzone colpì gli ascoltatori come un pugno nello stomaco: i Beatles avevano definitivamente abbandonato il beat per dedicarsi alla sperimentazione.

Il filo logico-narrativo che lega le canzoni l’una all’altra ha indotto più di qualcuno alla definizione, in parte errata in parte esatta, di “concept album”. John Lennon infatti dichiarò: “Qualcuno l’ha definito il primo concept album ma non è vero. Mister Kite e le altre mie canzoni non avevano niente a che fare con la storia del Sergente Pepe. Però ha funzionato perché ci credevamo. Sgt Pepper, Billy Shears e la cosiddetta reprise erano collegate. Ma tutte le altre potevano stare in qualsiasi altro album. A day in the life  e Mister kite  potevamo metterle ovunque”.
Anche se i pezzi non furono creati come filo narrativo, il disco è riuscito a creare quella particolare magia che trasforma l’ascolto in un’esperienza unica. E’ come se si stesse compiendo un viaggio sulle note della fantasia e della musica.

Paradossalmente, il primo disco inciso dopo la decisione di non fare più concerti inizia proprio come un live. Una banda quasi “paesana”, vestita con divise floreali in perfetto hippie style, accorda gli strumenti creando l’atmosfera di un’orchestra sinfonica e si presenta al pubblico con estrema umiltà: “Vi invitiamo a vedere uno spettacolo divertente” . Alla fine della musica totalmente astratta dell’omonimo brano “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, Billy Shears (alias Ringo Starr) prosegue: “Cosa fareste se io adesso stonassi? Credo però che con l’aiuto degli amici ce la posso fare”. E’ lui, l’unico non-cantante del gruppo, a cantare “With a little help from my friend”, il brano che si prefiggeva il compito di dimostrare come, attraverso la musica, si potesse dare vita ad un’arte collettiva.

Per John e Paul qualsiasi evento, situazione o notizia, poteva diventare fonte d’ispirazione per la stesura di una canzone. Al primo è bastato vedere un disegno del figlio Julian per scrivere la lisergica “Lucy in the Sky with Diamonds”; al secondo, i lavori di restauro a casa sua: “Fixing a hole” infatti è nata proprio dall’osservazione dei numerosi buchi che costellavano la sua villa. Ad ispirargli “Gettin Better” invece fu il batterista Jimmy Nicol che, in un tour del ’64, sostituì Ringo Starr malato di tonsillite. Durante le prove Paul e John chiedevano costantemente a Nicol se le cose andassero bene. La risposta era sempre “It’s Getting Better!”. Tratta da fatti realmente accaduti anche “She’s living home”, la canzone che racconta di una ragazza scappata di casa perché incompresa dai genitori. Due erano le facciate del disco, come due erano anche i poli che si opponevano/attraevano all’epoca: Lennon e McCartney. Il viaggio che si compie durante l’ascolto, infatti, pare proprio suddiviso in due parti, due percorsi che conducono alla stessa meta. A chiudere la prima parte del disco ci pensa “Being for the Benefit of Mr Kite!”, una sorta di valzer avvolgente nato dalla mente creativa di Lennon. A fare da intermediario tra i due c’era George Harrison, il cosiddetto terzo Beatle. Sua è “Within you Without you”, la canzone modale intrisa di sonorità e temi tipici della musica indiana.

When I’m Sixty-Four” è la seconda traccia della seconda facciata del 45 giri, quella marchiata McCartney. Secondo il produttore George Martin è la canzone più triste che Paul abbia mai scritto. Dotata di un’apparente leggerezza, è un’aperta dedica al padre che in quell’anno compì 64 anni.
Sempre di McCartney e sempre ispirata alla realtà è “Lovely Rita”, il brano che racconta di una storia d’amore nata tra Paul e Rita, una vigilessa che lo aveva multato qualche giorno prima.
Porta la firma di Lennon invece la divertente “Good morning, Good Morning”, ispirata dalla pubblicità dei Cornflakes Kellog’s e arricchita dal simpatico verso del gallo che le fa da intro.
Il penultimo brano è una sorta di trovata teatrale: la reprise di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” con un testo diverso ma con lo stesso ritornello. Serve a dare continuità all’album ed è uno stratagemma ripreso in seguito da molte altre band.

Giungiamo al gran finale, al colpo di scena. Come in un romanzo, il finale di un disco è il momento più atteso e probabilmente il più importante. I lungimiranti Beatles, che nulla lasciavano al caso, questo lo sapevano bene perciò scelsero “A day in the life” come brano finale.
E’ stato John a scrivere i versi iniziali. Aveva letto la storia sul “Daily Mirror o su un giornale simile – dichiarò Paul McCartney –  C’erano due storie: quella del piccolo Guinness che muore in un incidente, era quella più importante, da prima pagina; mentre nelle pagine successive c’era la notizia dei 4000 buchi nel Lancashire. Quindi Blackburne, Lancashire, i buchi, la Albert Hall… tutti insieme diventarono un piccolo pasticcio poetico che suonava bene. Ma quello che ricordo meglio è che ad un certo punto non sapevamo più che scrivere…poi abbiamo deciso: “I’d love to turn you on” – vorrei eccitarti. Ci siamo guardati negli occhi: “siamo sicuri di quello che facciamo?”. Stavamo dicendo per la prima volta parole come “eccitare”, parola che faceva parte di quella cultura ma che nessuno aveva mai detto in una canzone. Ci fu questo sguardo d’intesa tra noi: “scrivilo, scrivilo pure, vai!”. Il piano letterario elevato e l’intermissione orchestrale fanno di questo brano un vero capolavoro, degna conclusione di uno dei migliori album (il migliore secondo la rivista Rolling Stone) della storia della musica.

(Pubblicato su Eclipse Magazine)

Essere artista in Italia

Standard

Ho letto un’interessante intervista condotta dal direttore di XL, Luca Valtorta, a Manuel Agnelli in occasione dell’uscita del disco Padania. L’Agnellone mon amour è riuscito – come sempre – ad aprire la mia mente. Oltre ad essere dotato della voce italiana più bella in assoluto, Manuel è avvolto da un’aurea di mistero che lo rende affascinante e impenetrabile. Ho conosciuto gli Afterhours molto tardi, solo nel 2007, durante il primo anno di università. Poi li ho visti live al Primo Maggio e mi si è aperto un mondo nuovo, un universo sorretto da musica di grande qualità. Potrei ascoltare le loro canzoni un’infinità di volte senza mai stancarmene… Ma torniamo all’intervista. L’Agnelli pensiero colpisce ancora:

In tutti i paesi del mondo i musicisti sono considerati intellettuali, ma in questo Paese – chissà perché – la parola intellettuale fa paura, la parola cultura fa paura, la parola arte fa paura; nessuno è artista, mi raccomando, dobbiamo essere modesti… Ma è ipocrisia pensare a un artista modesto. L’artista è l’antitesi della modestia. L’artista è quello che deve esprimere la grandezza interiore che ha, se ce l’ha, nella maniera più potente e più completa possibile, per cui basta con questa retorica del cazzo! Gli artisti sono artisti e hanno il diritto di essere chiamati intellettuali perché lavorano con il proprio universo interiore, con la testa, con le idee, con la sensibilità e hanno il diritto di dire la loro opinione come qualsiasi altro cittadino. Noi non vogliamo dire come cambiare le cose ma raccontare un mondo interiore che è quello che non si racconta al telegiornale, alla radio. Non abbiamo slogan, non facciamo canzoni con “chi non salta è”. Facciamo informazione perché la musica è informazione: su come si sentono le persone rispetto al mondo che le circonda. Questa è una cosa che sui giornali, in televisione, non passa. E così la gente finisce col ripetere che la musica deve essere solo intrattenimento. Ma non è così, noi non siamo così. (…) Chi ci segue lo fa per quello che siamo: stronzi, figli di puttana, arroganti forse, ma questo è quello che siamo.

Sul suo essere un Artista con A maiuscola, io non nutro alcun dubbio. Per me un artista è una persona empatica, una che assorbe tutto ciò che di buono e di cattivo la vita ha da offrirle trasformandolo in una forma d’arte fruibile al pubblico. Un Artista è paragonabile al nostro apparato digerente: accoglie tutto ciò che riceve senza distinzione per poi effettuare una selezione intelligente e costruttiva. La merda va da una parte, il buono dall’altra. L’uno però è complementare all’altro. Senza la merda il corpo umano non funzionerebbe; lo stesso si può dire di un artista. Non a caso, la maggior parte di loro, produce di più e meglio in circostanze difficili perché pare che sia proprio dalla tristezza e dalla depressione che nasca la creatività. Lo diceva anche Einstein: la creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. Ecco perché solo l’arte e la cultura possono salvarci dal dolore e possono risollevare le sorti di questa società alla deriva. In questo modo gli artisti diventano una sorta di supereroi, un po’ come il grande V. di V per Vendetta. Questa è una delle cose in cui credo di più ed è una delle ragioni per cui sono molto affascinata dagli artisti. Di certo, stare accanto a loro non è un’impresa semplice… al primo posto ci sarà sempre l’arte, mai l’amore. Però ho avuto la fortuna di parlare con qualcuno di loro e posso assicurarvi che ogni dialogo non si è mai rivelato sterile o fine a se stesso. Mi sono sempre sentita arricchita di un qualcosa ogni volta, come se avessi letto un libro o guardato un documentario o ascoltato un disco. A volte pare che sfiorino la pazzia, che dicano cose insensate e invece riescono a rendere terribilmente affascinante e credibile persino il nonsense (come Nanni Moretti). Perché? Perché loro credono fermamente in quello che dicono, che scrivono, che dipingono, che suonano… e questo, purtroppo, viene spesso scambiato per arroganza. Il discorso di Manuel Agnelli non fa un piega. Il nostro Paese ha ancora paura della cultura e dell’arte, proprio come ai tempi del fascismo. Gli artisti sono sempre meno tutelati e sentono sempre più forte la volontà di affermare il loro pensiero. Sono in molti oggi a tentare di far conoscere al resto del mondo il loro progetto e lo fanno spesso nell’indifferenza quasi totale della maggioranza dei media.

Miss P. confida in loro.