SITTIN’ ON THE DOCK OF THE BAY

Standard

sitting_dock_ocean

Mi domandate quale canzone mi risuonava nella testa mentre provavo ad ammazzarmi? Domanda bizzarra ma interessante, senza dubbio. “Sittin’ on the dock of the bay” di Otis Redding. La conoscete? Sì dai, che cazzo di domande faccio pure io?! Quanto amavo il blues dio solo lo sa! Amavo anche il soul, ma era il blues a sconvolgere i miei sensi. Passavo serate intere rintanato in casa con il mio giradischi in legno di ciliegio e lo stupravo con i miei 45 giri di Solomon Burke, Nina Simone, BB King… Era la sola cosa che mi emozionava. Il mondo faceva davvero schifo, non so come facciate voi altri a starvene ancora lì! Scusate, sto divagando. Torniamo alla canzone. “Seduto sul pontile della baia…” – no, non mi trovavo esattamente lì in quel freddo venerdì del 18 novembre 1994. Ero su di un banalissimo ponte di ferro battuto. So cosa starete pensando ora: “Non sarebbe più indicata Meraviglioso di Modugno come canzone?”. Fanculo voi e la vostra convenzionalità! No, non era più indicata. Io fischiettavo come Otis e poi, diamine, nessun angelo stava lì pronto a salvarmi! Io mi sono ammazzato perché ero completamente vuoto. Vuoto di pensieri, emozioni, turbamenti, sentimenti… Come vi dicevo prima, era il 1994, qualche mese dopo l’elezione di Berlusconi… (vedendo come vi è andata poi, devo ammettere che non mi sono per niente pentito del mio gesto!) Firiffififi firiffififiriffi (fischio)… quanto me la fischiettavo! Quella voce black giocava a ping pong con il mio cervello. Potevo quasi vedere Otis invitarmi a lanciarmi giù dal ponte fischiettando allegramente. Che cazzo c’avrai da fischiettarti brutto panzone? Ero strafatto e ubriaco lercio. C’era più alcool in me che in tutte le cantine dei peggiori bar di Caracas. La decisione di suicidarmi però la presi in un momento di totale lucidità.

Nel ’94 si sciolsero i Velvet Underground. Quanto m’era dispiaciuto! Se mi avessero chiesto quale canzone avevo in testa mentre mi facevo, beh, quella sarebbe stata sicuramente “I’m waiting for the man” perché quello stronzo di spacciatore del cazzo mi faceva sempre aspettare almeno un’ora in piazza! Nel ’94 avevo 35 anni e mi chiamavo Aldo. Dico mi chiamavo perché qui ora mi faccio chiamare Otis. Qui dove? Questo non posso dirvelo, o meglio, non sarei nemmeno in grado di descriverlo. Vi dico solo che è un posto molto blues. Ero completamente solo e la mia vita era banale. Una merda. Non ero esattamente un tossicodipendente, ma affascinato dalle droghe. Droghe di qualsiasi genere. Anche le donne erano una droga per me. Me ne scopavo una diversa a settimana, ma mai nessuna riusciva a soddisfarmi. Non quanto Selene sullo schermo almeno! Non sapevo nemmeno cosa fosse l’amore. Per me l’amore erano due gambe di donne spalancate. Mi innamoravo solo di quella e per soli 20 minuti (quando andava bene). La mia famiglia viveva a Foggia, io invece mi ero trasferito a Torino per lavorare in Fiat. La fabbrica era la metafora della mia essenza: fredda, meccanica, metallica. Sapete, ero convinto di avere il cervello di metallo: ogni sera i pensieri suicidi mi rimbombavano dentro con l’eco. Volevo morire. Vi sembrerà strano che un insensibile come me possa fare pensieri così profondi, vero? Chi l’ha detto che solo i sensibili si ammazzano? Io volevo ammazzare proprio la mia insensibilità, la mia totale assenza di sentimento. Nietzsche scrisse che anche i superflui si danno importanza quando muoiono e che anche il guscio più vuoto vuole essere schiacciato. Ecco io ero esattamente quello: un guscio vuoto da schiacciare. Nessuno di voi comprenderà mai le ragioni del mio suicidio, ma poco importa. Io volevo decidere quando morire così come, da vero uomo, ho sempre deciso tutto della mia vita, anche di stare da solo e allontanare ogni essere umano da me. “Umanità, mi stai sul cazzo!” – non ricordo esattamente chi lo disse. Potrei essere stato proprio io, forse. Non voglio convincervi che il suicidio sia un atto di coraggio, lungi da me! Nel mio caso pero è stato l’unico atto altruistico (e quindi di eroismo perché ce ne vuole di coraggio per essere altruisti con tutta la merda che ti circonda!) che io abbia mai compiuto. Ero un rifiuto della società. Ero odiato da tutti, persino dal panettiere sotto casa. Ero un rozzo, maleducato, prepotente. Ero come uno di quei personaggi dei libri di Bukowski. Ed ero fiero di esserlo fino al giorno della mia morte.
Ero talmente insensibile che non andai nemmeno al funerale di mio padre. A mia madre dissi che avrei dovuto lavorare e invece quel giorno mi sono solo strafatto di canne. Era l’unico modo per far credere alla gente che avevo pianto. Che poi, in fondo, della gente non me ne fregava un cazzo! Ma a Lisa sì. Fregava eccome! E allora dovevo farle credere che importava anche a me. Lisa era la ragazza che mi stavo facendo quella settimana. Era migliore delle altre, non faceva domande, non rompeva i coglioni e, in effetti, con lei durò di più. Due mesi circa. Oh Lisa! Le piaceva provocarmi facendosi scivolare i vestiti di dosso con una grazia tale da convincermi che avrebbe potuto spalare la merda che avevo dentro. Aveva lunghi capelli nero corvino tanto morbidi da ricordarmi le note della chitarra blues e grandi occhi di un verde profondo come la voce di Otis Redding. Adorava soffiarmi nelle orecchie e baciarmi il collo. Con lei i preliminari duravano più del solito, o perlomeno non il tempo di apertura della zip. Con Lisa mi fingevo dolce e sensibile, ma solo perché era un gran pezzo di figa. Poi se ne andò in Erasmus a Madrid e chi cazzo l’ha mai più vista! Comunque non ero innamorato di lei. Forse ero innamorato della mia straordinaria capacità d’interpretazione quando ero con lei. Con le altre finivo sempre col darmi la zappa sui piedi. Con lei invece avevo affinato le mie capacità recitative. Fanculo pure a te, Lisa!

Il 1994 è stato anche l’anno di Pulp Fiction, il mio film preferito. Quanto mi avrebbe fatto comodo Mr. Wolf! Non avrei disdegnato nemmeno una Mia Wallace in realtà. Anche se in fondo io non avevo grossi problemi. Ero solo terribilmente insoddisfatto! Non avevo stimoli di nessun genere. Nemmeno ubriacare il mio giradischi di blues mi aiutava. Mi sentivo vuoto, inutile, volevo solo bere e drogarmi. E scopare, ok. Non potevo continuare così. So che vi aspettavate una storia strappalacrime, ma avete decisamente sbagliato protagonista. Non sono qui per farvi piangere, chiaro? A quello ci ha pensato mia madre. Non ho ancora capito se ha pianto più per me o perché ha votato Berlusconi. Va beh, ora che vi siete liberati di lui posso anche liberarvi di me. Anzi no, non vi ho ancora detto come mi sono ammazzato! D’accordo, potete immaginarlo. Ero lì che guardavo l’acqua scura del fiume (ve lo ripeto, NO! Non stavo pensando a Meraviglioso di Modugno) e pensavo al fischiettio finale di “Sittin’ on the dock of the bay”, il più famoso nella storia della musica popolare. La leggenda narra che Otis non trovava le parole per il finale, così lo fischiettò. Che cazzo di genio! Lo sapete che è stato il primo brano postumo nella storia a raggiungere il primo posto nelle classifiche americane? Magari divento famoso anche io dopo questo monologo! “Chiunque voglia avere la gloria deve congedarsi per tempo dall’onore ed esercitare la difficile arte di andarsene – al momento giusto”. Lo scrisse sempre il buon vecchio Nietzsche. Conosco a memoria quel libro! (“Così parlò Zarathustra”). Tra una canna e una pippata, trovavo anche il tempo di leggere.
Come vi dicevo, ero lì affacciato dal ponte a fischiettare. Mi sentivo invincibile. Credete che abbia trovato il coraggio di buttarmi? No, non l’ho trovato. Eppure l’ho cercato ovunque: nell’alcol, nella droga, nelle donne, nei miei pantaloni… ma nulla. Mi sono bucato. Sono morto di overdose, da banale tossico vigliacco. So che ora volete sapere cosa si prova mentre si muore, ma non ve lo dirò. Non potrei. Come potrei io, uomo insensibile e vuoto, riuscire a descrivere l’unica vera emozione provata nella mia vita? Sarebbe come chiedere a Otis di rinascere per scrivere i versi finali della sua canzone.

Sapete che faccio? Ve la fischietto, proprio come lui… Firiffififi firiffififiriffi…

Annunci

“The Great Gig in the Sky” – Pink Floyd

Standard

dsotm

“I never said I was frightened of dying.“
“Non ho mai detto di avere paura della morte.”

L’inconoscibile è ciò che più di ogni altra cosa fa paura ma, allo stesso tempo, affascina e stimola la curiosità dell’intelletto umano.

Emblema dell’ignoto è la morte, il nulla, il punto fermo dopo la vita, l’inquietudine interiore che porta alla depressione e all’alienazione.
Un lungo viaggio che ci conduce alla morte: è questo il significato più inquietante della nostra vita e i Pink Floyd sono riusciti a rappresentarlo magistralmente  in musica con “The Great Gig in the Sky”.
Il brano prende forma in modo pacato e leggero con un giro di accordi rilassato di un pianoforte che incontra sporadicamente una chitarra delicata e sognante. Poi d’improvviso una voce che, intimorita ma all’apparenza spavalda, esclama: “E non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non vi sarebbe alcuna ragione, prima o poi si deve andare”. La serenità delle prime note è come una preparazione psicologica a ciò che di sconvolgente sta per accadere. Un lungo corridoio buio che lascia spazio solo alle immagini ritratte dalla fantasia, poi una luce accecante annunciata dalle note di una batteria nervosa e rappresentata egregiamente da una voce femminile, quella di Clare Torry. Un urlo liberatorio reso suadente da un timbro vocale morbido e sensuale, quasi a voler significare che la morte è vicina ma non è così terribile come tutti credono. È il trapasso dalla vita terrena allo spazio celeste circondato dai suoi pianeti, è “the dark side of the moon” (la parte oscura della luna) quella che affascina ma che terrorizza per la sua essenza impalpabile e misteriosa.
The Great Gig in the Sky” è la quinta traccia dell’album “The Dark side of the Moon”, pubblicato nel 1973 dai Pink Floyd. Prima di diventare “The Great Gig in the Sky” il titolo era “The Mortality Sequence” e la struttura era molto diversa: c’era soltanto un organo e qualche estratto vocale di persone che parlavano di morte. Dopo 3’33’’ si può sentire una voce femminile dire “I never said I was frightened of dying”, ma secondo una leggenda metropolitana la frase detta era “If you can hear this whisper you die”. La voce appartiene a Myu Watts, madre dell’attrice Naomi Watts e moglie dell’allora tecnico del suono dei Pink Floyd Peter Watts.
Non è importante aver dato un’ interpretazione erotica (per alcuni la voce di Clare Torry rappresenta l’atto d’amore nella sua forma energetica esplosiva tipica dell’orgasmo) o esistenziale (il momento della morte e della nascita come fossero gli stati psicofisici della nostra stessa realtà vitale) a questo brano, ma quanto aver provato, attraverso la sua intensità musicale, un percorso immaginario verso l’infinito vissuto come catarsi interiore. “The Great Gig in the Sky” offre agli ascoltatori più sensibili una via di fuga dalla quotidianità, dalla monotonia, dalla staticità per liberarsi dai condizionamenti negativi che la mente produce e per vivere un’esperienza mistica carica di pathos emotivo.
(Articolo originariamente pubblicato su Eclipse Magazine il 21 settembre 2010)

Perle ai Porci – aFORIsmi

Standard

download

Che stupiduomini i ladri che sono entrati in casa di Gigi D’Alessio: hanno dimenticato di fregargli le corde vocali.

 

È domenica mattina. Ti svegli felice, apri la finestra, c’è il sole. Fai qualche starnuto di routine ma nonostante il naso tappato riesci a sentire il profumo del caffè che darà l’avvio alla tua splendida giornata in dolce compagnia. Accendi la radio e senti una voce annunciare che “Gioia” dei Modà è il disco più venduto del 2013. Ti riaffacci alla finestra, c’è il sole, ti butti di sotto.

 

Trovo la stessa difficoltà di “li vuoi quei kiwi?” nel pronunciare la frase “sono impegnata”. Gli scioglilingua non sono mai stati il mio forte.

 

Di San Valentino mi piace il giorno dopo.

 

Il vero male degli italiani è la paura del cambiamento. Tutti si lamentano ma nessuno fa nulla per smuovere la situazione di stallo in cui versiamo. E allora tenetevi Napolitano, Berlusconi, Laura Pausini ed Eros Ramazzotti!

 

Questo è il Primo Maggio dei disoccupati, dei precari, dei laureati che, come palline da ping pong, rimbalzano da uno stage gratuito a un altro, dei sognatori che seguono le loro passioni, dei sottopagati, degli speranzosi. È il Primo Maggio di chi non si arrende e non lascia fuggire il proprio cervello all’estero, è il Primo Maggio dei padri di famiglia che affrontano la perdita del lavoro con la forza e il sorriso rivolto ogni mattina alla propria famiglia. È il nostro Primo Maggio.

 

Del periodo premestruale mi piace l’illusione che il seno sia cresciuto. È un po’ come credere a Babbo Natale: anno dopo anno capisci che il ciccione barbuto non verrà mai a portarti i regali e che il push up devi comprartelo da sola.

 

Le canzoni di Emma Marrone provocano la fuoriuscita di quel materiale di rifiuto solido che prende il colore del suo cognome.

 

Voglio mandare un messaggio a tutti quelli che non si lavano ma hanno tuttavia la sfrontatezza di utilizzare i mezzi pubblici: vi meritate Cristiano Malgiolgio che vi canta “Pelame” e vi insapona la schiena sotto la vostra doccia mensile.

 

Venerdì ero in una fantastica spiaggia semi-deserta di Lanzarote. Avevo voglia di stare un po’ da sola a fissare l’oceano di fronte a me. Così mi sono seduta su uno scoglio, a mo’ di cozza tarantina, ed ho pensato una cosa: di musica ne ascolto tanta ma sono sicura che non sentirò mai – e dico mai – un suono più intenso ed emozionante del rumore del mare. Oggi vorrei tornare lì, risedermi su quello scoglio e dimenticare queste ultime giornate romane demmerda con il sottofondo di quella musica pura e trasparente.

 

Il servizio sulle “foto ai piedi immersi nei mari cristallini” di Studio Aperto è da premio Pulitzer.

 

Dei Modà mi piace il giorno in cui si scioglieranno e Kekko andrà a zappare la terra.

 

Le certezze nella vita sono poche, davvero poche. I Led Zeppelin però valgono per 10. Quindi io ho almeno 10 certezze.

 

Claudio Baglioni: “Volevo lasciare la musica ma sono tornato per voi”. Grazie Clà, sei gentilissimo ma non possiamo accettare questo regalo. Vai in pensione con il tuo botulino!

 

Oramai se non fai “crowdfunding” non sei nessuno. Quasi quasi lo faccio anche io per realizzare il mio progetto: pagare l’affitto.

 

Questa mattina mi sono svegliata con un forte senso di indecisione: non riesco a decretare il verso peggiore tra il “faraffafavava tarattattà” della nuova canzone di Vasco Rossi e lo “i eeee i eeee” di quella di Ligabue. Non hanno più niente da dire oramai. Sono onomatopeici. Il loro decadimento fisico e artistico è evidente, indi per cui è ora di ritirarsi. Adieu!

 

Sul web impazza il video di una ragazza che si è licenziata ballando un pezzo rap. Ed io che pensavo di farne uno per farmi assumere! Non ho capito proprio un cazzo.

 

Oggi è uno di quei giorni in cui il pessimismo cosmico aleggia nell’aria. Leggi che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 40% e pensi che tu non riuscirai mai a far parte di quel fortunato 60% che ce l’ha fatta. Non farai mai il giornalista. Nemmeno il giornaletto più sfigato ti ha voluto. Pensi che quei 100 euro che regali ogni anno all’albo te li potresti risparmiare. Pensi che chi ce l’ha fatta non è migliore di te: è semplicemente nato nella famiglia giusta oppure ha la faccia come il culo, oppure il culo lo ha leccato, oppure ancora lo ha dato via come fai tu ogni giorno con le tue speranze. Le dai in pasto ai caimani che si cibano di loro, ogni santo giorno. Lavori, ti dai da fare, ma non ottieni nulla. Sei marchiato a fuoco come le mucche con la scritta “stagista”. Pensi che anche tu dovrai emigrare anziché piangerti addosso. Ma non lo vuoi fare. Vuoi riuscirci qui, qui dove tutto è cominciato, dove in tanti ti hanno fatto andare avanti facendoti ingerire e digerire illusioni. Sei masochista. Continui a farti del male: decidi di ascoltare una canzone triste per sentirti meno solo. Clicchi play su “The Blower’s Daughter” di Damien Rice e, per consolarti, immagini quel gran figo di Jude Law in “Closer”, ti accorgi che il tuo ragazzo gli assomiglia vagamente e pensi che la vita non fa poi così schifo, dai.

 

Gigi D’Alessio: “Uno show su Canale 5 con Anna Tatangelo, Alessandra Amoroso e i Modà”.
Qualcuno ha il numero di un’agenzia per affittare un kamikaze? Dove sono quando servono?

 

Avevo un sogno: diventare una giornalista, o meglio, un critico musicale. Ero convinta che scrivere fosse la mia unica capacità. Ci provato per più di quattro anni ma con scarsi risultati. Non mi pagava nessuno e sono stata costretta a rinunciare alla mia ambizione. Così mi sono ritrovata a lavorare in una casa discografica, dapprima come semplice addetto stampa e poi come “tuttofare”. Passo dall’organizzare interviste a vendere magliette, dallo scrivere comunicati a vendere biglietti ai concerti. E mi piace fare tutto, purché resti nell’ambito musicale. Qualche giorno fa un mio amico mi ha detto: “Non può piacerti tutto. Devi trovare la tua strada!”. Io la mia strada l’avevo trovata, ma l’auto della casta mi ha investita. Oggi leggo che Fabio Volo scrive per il Corriere della Sera e sono contenta di non essere diventata una giornalista.

 

L’uomo del giorno è: lo scaccolatore. Cosa lo spinge ad inserire le sue delicate dita nel naso in luoghi pubblici? Cosa si nasconde nelle sue narici? Lo scaccolatore è il tuo vicino di casa, è il tuo collega, è l’uomo dell’auto accanto. Lo scaccolatore è un riflessivo: cerca di toccare con mano i suoi pensieri più profondi avvicinando le dita al cervello. Lo scaccolatore: tutti i giorni, a tutte le ore, su tutti i mezzi di locomozione.

 

Le certezze di oggi, 5 dicembre 2013. Hanno frantumato i coglioni:
– Le vignette di Bitstrip
– I “bastian-contrario” ad ogni costo e i sollevatori di polemiche sterili
– Le filastrocche ridondanti delle rom con prole sulla metro
– Le leggi elettorali
– Quelli che hanno pensato bene di costruirsi un personaggio per sentirsi fighi e invece sono più coglioni dei coglioni coerenti con se stessi
– Gigi D’Alessio, che oggi non ha fatto niente ma ci sta sempre bene come capro espiatorio.

 

Le certezze di oggi, 4 dicembre 2013. Non sei nessuno se:
– in metro non giochi a Candy Crush;
– in un testo rap non ci infili almeno 3 “motherfucker”;
– in un autoscatto non ci metti l’ashtag #selfie

 

La vera malattia delle donne è l’invidia, altro che la cellulite…

 

Adoro osservare la gente sulla metro. Cerco di immaginare le loro storie, scruto i loro occhi alla ricerca di scene di vita vissuta. Tra loro c’è la donna in ritardo che non riesce a mettere in secondo piano l’apparenza e si trucca durante il viaggio; c’è il giovane papà che risponde alle asfissianti ma amorevoli domande del figlio; c’è l’extracomunitario che spia fugacemente all’interno del suo enorme sacco blu per ritrovare i colori e gli odori della sua terra; c’è l’africano dal cuore italiano con addosso una tuta del Milan… In tutti i loro sguardi riesco a percepire un senso di frustrazione misto a speranza. Speranza di riuscire a realizzare i propri sogni, oppure semplicemente di condurre una vita più tranquilla e serena. Ad ognuno di loro vorrei dire: “non tutti i sogni sono realizzabili, ma se credi fermamente in almeno uno di loro sei già un vincitore”. Prossima fermata Re di Roma, uscita lato destro.

 

Laura Pausini ha annullato il suo tour perché incinta. Speriamo che la sua gestazione duri almeno quanto quella di un elefante asiatico.

 

Sono una cinquantenne intrappolata nel corpo di una venticinquenne. Quando leggo che il Salento è diventato come Ibiza mi viene voglia di scappare, cosí come quando trovo le mie spiagge superaffollate. Non mi piacciono le discoteche o i posti pieni di giovani alla ricerca di divertimento. Che poi cos’è il divertimento? È solo un assaggio di effimerità spesso confuso con la felicità. Oh no, la felicità è qualcosa di molto piú profondo. Portatemi indietro nel tempo, portatemi sull’isola di Wight a vivere di concerti.

 

C’è da dire una cosa però: Sanremo non delude mai le nostre aspettative.
Fa cagare anche quest’anno.

 

Ed è quando ti appassioni ad “Un posto al sole” che capisci di aver toccato veramente il fondo.

 

 

“Immigrant song” – Led Zeppelin

Standard

led_zeppelin_logo_by_w00den_sp00n

Quando sentii Robert cantare, subito pensai che in lui ci fosse qualcosa che non andava. Intendiamoci, era bravo, ma quella specie di suo gemito primordiale aveva il potere di innervosirmi… Fu Alexis Corner a dissipare le mie perplessità su Robert.” (Jimmy Page)

E’ proprio quella “specie di gemito primordiale” di Plant ad aprire “Immigrant Song”, prima traccia di Led Zeppelin III. Dopo il successo del precedente album, i Led Zeppelin hanno creato un’opera dalla duplice identità: una elettrica, caratterizzata dalle classiche atmosfere dure proprie dell’hard rock; l’altra acustica, intrisa di sonorità inedite e decisamente più morbide. Ma è ad uno dei brani più violenti degli Zeppelin che viene affidato il ruolo di pioniere del disco, “Immigrant Song” appunto. Composto da Jimmy Page e Robert Plant, è celebre per il selvaggio urlo di battaglia d’inizio strofa e per il ridondante riff di chitarra. E’ inoltre considerato l’emblema della propensione alla magia e alla mitologia della band. Il testo, che narra di un’imminente invasione vichinga, è stato scritto durante il grandioso tour del 1970. Precisamente i Led Zeppelin lo scrivono dopo l’esibizione al Festival di Bath (Islanda – luogo leggendario perché pare che lì sia conservato il Santo Graal. Il concerto ha contato 150.000 spettatori) e lo dedicano a Leif Ericson, il grande esploratore islandese, il primo europeo a scoprire l’America del Nord. Buttano giù le parole pensando ai vichinghi e ai loro viaggi, alle scoperte, alla grandezza dei tempi andati. I loro fan però non capiranno che si tratta di un omaggio alla terra, penseranno invece che “Immigrant Song” sia un’autocelebrazione. Contrariamente a quanto si creda, il “Martello degli Dei” era invece il Mjöllnir, l’arma di Thor, dio del lampo e del tuono, che aveva la particolarità di tornare sempre indietro come fosse un boomerang. Solo Thor e suo figlio Magni erano però in grado di sollevarlo. L’immagine potente ed evocativa del “Martello degli Dei” risultò talmente efficace da essere immediatamente associata al gruppo (in particolare, al batterista John Bonham) al pari dell’immagine del noto dirigibile. “Hammer of the Gods” è anche il titolo della biografia ufficiale della band, scritta da Stephen Davis nel 1985.

Con un ritmo incalzante come il rumore degli zoccoli di un cavallo in corsa, “Immigrant Song” diventa in breve tempo un brano-mito… “The hammer of the gods will drive our ships to new lands, to fight the horde, singing and crying…”.

(Articolo originale: http://www.eclipse-magazine.it/cultura/musica/eclissi-di-note-immigrant-song-led-zeppelin.html

Pessimismo cosmico vs Jude Law

Standard

closer2

Oggi è uno di quei giorni in cui il pessimismo cosmico aleggia nell’aria. Leggi che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 40% e pensi che tu non riuscirai mai a far parte di quel fortunato 60% che ce l’ha fatta. Non farai mai il giornalista. Nemmeno il giornaletto più sfigato ti ha voluto. Pensi che quei 100 euro che regali ogni anno all’albo te li potresti risparmiare. Pensi che chi ce l’ha fatta non è migliore di te: è semplicemente nato nella famiglia giusta oppure ha la faccia come il culo, oppure il culo lo ha leccato, oppure ancora lo ha dato via come fai tu ogni giorno con le tue speranze. Le dai in pasto ai caimani che si cibano di loro, ogni santo giorno. Lavori, ti dai da fare, ma non ottieni nulla. Sei marchiato a fuoco come le mucche con la scritta “stagista”. Pensi che anche tu dovrai emigrare anziché piangerti addosso. Ma non lo vuoi fare. Vuoi riuscirci qui, qui dove tutto è cominciato, dove in tanti ti hanno fatto andare avanti facendoti ingerire e digerire illusioni. Sei masochista. Continui a farti del male: decidi di ascoltare una canzone triste per sentirti meno solo. Clicchi play su “The Blower’s Daughter” di Damien Rice e, per consolarti, immagini quel gran figo di Jude Law in “Closer”, ti accorgi che il tuo ragazzo gli assomiglia vagamente e pensi che la vita non fa poi così schifo… dai!

Razionalità

Standard

424415_3435563577156_1929866337_n

 

Entro nel mio supermercato di fiducia (evito di fare pubblicità occulta) e, tra un reparto e l’altro, ecco che in sottofondo passa una canzone del mio gruppo preferito degli allora tormentati anni adolescenziali. Flash back inevitabile: bolle di ricordi rimbalzano nella mia mente. Rimpiango la facilità con cui riuscivo ad emozionarmi allora. L’adrenalina dei primi concerti, l’ansia e l’imbranataggine nel chiedere foto e autografi, le corse alle transenne.

Ho barattato il tutto con una razionalità che probabilmente non mi appartiene. Forse la musica doveva restare solo una passione pura e incontaminata e non diventare un lavoro freddo e inanimato. Forse dovremmo un po’ tutti tornare bambini e provare a lasciarci trasportare dalla fantasia.

La razionalità è una serial killer: uccide le emozioni, le passioni e la fantasia.