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Perle ai Porci – aFORIsmi

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Che stupiduomini i ladri che sono entrati in casa di Gigi D’Alessio: hanno dimenticato di fregargli le corde vocali.

 

È domenica mattina. Ti svegli felice, apri la finestra, c’è il sole. Fai qualche starnuto di routine ma nonostante il naso tappato riesci a sentire il profumo del caffè che darà l’avvio alla tua splendida giornata in dolce compagnia. Accendi la radio e senti una voce annunciare che “Gioia” dei Modà è il disco più venduto del 2013. Ti riaffacci alla finestra, c’è il sole, ti butti di sotto.

 

Trovo la stessa difficoltà di “li vuoi quei kiwi?” nel pronunciare la frase “sono impegnata”. Gli scioglilingua non sono mai stati il mio forte.

 

Di San Valentino mi piace il giorno dopo.

 

Il vero male degli italiani è la paura del cambiamento. Tutti si lamentano ma nessuno fa nulla per smuovere la situazione di stallo in cui versiamo. E allora tenetevi Napolitano, Berlusconi, Laura Pausini ed Eros Ramazzotti!

 

Questo è il Primo Maggio dei disoccupati, dei precari, dei laureati che, come palline da ping pong, rimbalzano da uno stage gratuito a un altro, dei sognatori che seguono le loro passioni, dei sottopagati, degli speranzosi. È il Primo Maggio di chi non si arrende e non lascia fuggire il proprio cervello all’estero, è il Primo Maggio dei padri di famiglia che affrontano la perdita del lavoro con la forza e il sorriso rivolto ogni mattina alla propria famiglia. È il nostro Primo Maggio.

 

Del periodo premestruale mi piace l’illusione che il seno sia cresciuto. È un po’ come credere a Babbo Natale: anno dopo anno capisci che il ciccione barbuto non verrà mai a portarti i regali e che il push up devi comprartelo da sola.

 

Le canzoni di Emma Marrone provocano la fuoriuscita di quel materiale di rifiuto solido che prende il colore del suo cognome.

 

Voglio mandare un messaggio a tutti quelli che non si lavano ma hanno tuttavia la sfrontatezza di utilizzare i mezzi pubblici: vi meritate Cristiano Malgiolgio che vi canta “Pelame” e vi insapona la schiena sotto la vostra doccia mensile.

 

Venerdì ero in una fantastica spiaggia semi-deserta di Lanzarote. Avevo voglia di stare un po’ da sola a fissare l’oceano di fronte a me. Così mi sono seduta su uno scoglio, a mo’ di cozza tarantina, ed ho pensato una cosa: di musica ne ascolto tanta ma sono sicura che non sentirò mai – e dico mai – un suono più intenso ed emozionante del rumore del mare. Oggi vorrei tornare lì, risedermi su quello scoglio e dimenticare queste ultime giornate romane demmerda con il sottofondo di quella musica pura e trasparente.

 

Il servizio sulle “foto ai piedi immersi nei mari cristallini” di Studio Aperto è da premio Pulitzer.

 

Dei Modà mi piace il giorno in cui si scioglieranno e Kekko andrà a zappare la terra.

 

Le certezze nella vita sono poche, davvero poche. I Led Zeppelin però valgono per 10. Quindi io ho almeno 10 certezze.

 

Claudio Baglioni: “Volevo lasciare la musica ma sono tornato per voi”. Grazie Clà, sei gentilissimo ma non possiamo accettare questo regalo. Vai in pensione con il tuo botulino!

 

Oramai se non fai “crowdfunding” non sei nessuno. Quasi quasi lo faccio anche io per realizzare il mio progetto: pagare l’affitto.

 

Questa mattina mi sono svegliata con un forte senso di indecisione: non riesco a decretare il verso peggiore tra il “faraffafavava tarattattà” della nuova canzone di Vasco Rossi e lo “i eeee i eeee” di quella di Ligabue. Non hanno più niente da dire oramai. Sono onomatopeici. Il loro decadimento fisico e artistico è evidente, indi per cui è ora di ritirarsi. Adieu!

 

Sul web impazza il video di una ragazza che si è licenziata ballando un pezzo rap. Ed io che pensavo di farne uno per farmi assumere! Non ho capito proprio un cazzo.

 

Oggi è uno di quei giorni in cui il pessimismo cosmico aleggia nell’aria. Leggi che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 40% e pensi che tu non riuscirai mai a far parte di quel fortunato 60% che ce l’ha fatta. Non farai mai il giornalista. Nemmeno il giornaletto più sfigato ti ha voluto. Pensi che quei 100 euro che regali ogni anno all’albo te li potresti risparmiare. Pensi che chi ce l’ha fatta non è migliore di te: è semplicemente nato nella famiglia giusta oppure ha la faccia come il culo, oppure il culo lo ha leccato, oppure ancora lo ha dato via come fai tu ogni giorno con le tue speranze. Le dai in pasto ai caimani che si cibano di loro, ogni santo giorno. Lavori, ti dai da fare, ma non ottieni nulla. Sei marchiato a fuoco come le mucche con la scritta “stagista”. Pensi che anche tu dovrai emigrare anziché piangerti addosso. Ma non lo vuoi fare. Vuoi riuscirci qui, qui dove tutto è cominciato, dove in tanti ti hanno fatto andare avanti facendoti ingerire e digerire illusioni. Sei masochista. Continui a farti del male: decidi di ascoltare una canzone triste per sentirti meno solo. Clicchi play su “The Blower’s Daughter” di Damien Rice e, per consolarti, immagini quel gran figo di Jude Law in “Closer”, ti accorgi che il tuo ragazzo gli assomiglia vagamente e pensi che la vita non fa poi così schifo, dai.

 

Gigi D’Alessio: “Uno show su Canale 5 con Anna Tatangelo, Alessandra Amoroso e i Modà”.
Qualcuno ha il numero di un’agenzia per affittare un kamikaze? Dove sono quando servono?

 

Avevo un sogno: diventare una giornalista, o meglio, un critico musicale. Ero convinta che scrivere fosse la mia unica capacità. Ci provato per più di quattro anni ma con scarsi risultati. Non mi pagava nessuno e sono stata costretta a rinunciare alla mia ambizione. Così mi sono ritrovata a lavorare in una casa discografica, dapprima come semplice addetto stampa e poi come “tuttofare”. Passo dall’organizzare interviste a vendere magliette, dallo scrivere comunicati a vendere biglietti ai concerti. E mi piace fare tutto, purché resti nell’ambito musicale. Qualche giorno fa un mio amico mi ha detto: “Non può piacerti tutto. Devi trovare la tua strada!”. Io la mia strada l’avevo trovata, ma l’auto della casta mi ha investita. Oggi leggo che Fabio Volo scrive per il Corriere della Sera e sono contenta di non essere diventata una giornalista.

 

L’uomo del giorno è: lo scaccolatore. Cosa lo spinge ad inserire le sue delicate dita nel naso in luoghi pubblici? Cosa si nasconde nelle sue narici? Lo scaccolatore è il tuo vicino di casa, è il tuo collega, è l’uomo dell’auto accanto. Lo scaccolatore è un riflessivo: cerca di toccare con mano i suoi pensieri più profondi avvicinando le dita al cervello. Lo scaccolatore: tutti i giorni, a tutte le ore, su tutti i mezzi di locomozione.

 

Le certezze di oggi, 5 dicembre 2013. Hanno frantumato i coglioni:
– Le vignette di Bitstrip
– I “bastian-contrario” ad ogni costo e i sollevatori di polemiche sterili
– Le filastrocche ridondanti delle rom con prole sulla metro
– Le leggi elettorali
– Quelli che hanno pensato bene di costruirsi un personaggio per sentirsi fighi e invece sono più coglioni dei coglioni coerenti con se stessi
– Gigi D’Alessio, che oggi non ha fatto niente ma ci sta sempre bene come capro espiatorio.

 

Le certezze di oggi, 4 dicembre 2013. Non sei nessuno se:
– in metro non giochi a Candy Crush;
– in un testo rap non ci infili almeno 3 “motherfucker”;
– in un autoscatto non ci metti l’ashtag #selfie

 

La vera malattia delle donne è l’invidia, altro che la cellulite…

 

Adoro osservare la gente sulla metro. Cerco di immaginare le loro storie, scruto i loro occhi alla ricerca di scene di vita vissuta. Tra loro c’è la donna in ritardo che non riesce a mettere in secondo piano l’apparenza e si trucca durante il viaggio; c’è il giovane papà che risponde alle asfissianti ma amorevoli domande del figlio; c’è l’extracomunitario che spia fugacemente all’interno del suo enorme sacco blu per ritrovare i colori e gli odori della sua terra; c’è l’africano dal cuore italiano con addosso una tuta del Milan… In tutti i loro sguardi riesco a percepire un senso di frustrazione misto a speranza. Speranza di riuscire a realizzare i propri sogni, oppure semplicemente di condurre una vita più tranquilla e serena. Ad ognuno di loro vorrei dire: “non tutti i sogni sono realizzabili, ma se credi fermamente in almeno uno di loro sei già un vincitore”. Prossima fermata Re di Roma, uscita lato destro.

 

Laura Pausini ha annullato il suo tour perché incinta. Speriamo che la sua gestazione duri almeno quanto quella di un elefante asiatico.

 

Sono una cinquantenne intrappolata nel corpo di una venticinquenne. Quando leggo che il Salento è diventato come Ibiza mi viene voglia di scappare, cosí come quando trovo le mie spiagge superaffollate. Non mi piacciono le discoteche o i posti pieni di giovani alla ricerca di divertimento. Che poi cos’è il divertimento? È solo un assaggio di effimerità spesso confuso con la felicità. Oh no, la felicità è qualcosa di molto piú profondo. Portatemi indietro nel tempo, portatemi sull’isola di Wight a vivere di concerti.

 

C’è da dire una cosa però: Sanremo non delude mai le nostre aspettative.
Fa cagare anche quest’anno.

 

Ed è quando ti appassioni ad “Un posto al sole” che capisci di aver toccato veramente il fondo.

 

 

Pessimismo cosmico vs Jude Law

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Oggi è uno di quei giorni in cui il pessimismo cosmico aleggia nell’aria. Leggi che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 40% e pensi che tu non riuscirai mai a far parte di quel fortunato 60% che ce l’ha fatta. Non farai mai il giornalista. Nemmeno il giornaletto più sfigato ti ha voluto. Pensi che quei 100 euro che regali ogni anno all’albo te li potresti risparmiare. Pensi che chi ce l’ha fatta non è migliore di te: è semplicemente nato nella famiglia giusta oppure ha la faccia come il culo, oppure il culo lo ha leccato, oppure ancora lo ha dato via come fai tu ogni giorno con le tue speranze. Le dai in pasto ai caimani che si cibano di loro, ogni santo giorno. Lavori, ti dai da fare, ma non ottieni nulla. Sei marchiato a fuoco come le mucche con la scritta “stagista”. Pensi che anche tu dovrai emigrare anziché piangerti addosso. Ma non lo vuoi fare. Vuoi riuscirci qui, qui dove tutto è cominciato, dove in tanti ti hanno fatto andare avanti facendoti ingerire e digerire illusioni. Sei masochista. Continui a farti del male: decidi di ascoltare una canzone triste per sentirti meno solo. Clicchi play su “The Blower’s Daughter” di Damien Rice e, per consolarti, immagini quel gran figo di Jude Law in “Closer”, ti accorgi che il tuo ragazzo gli assomiglia vagamente e pensi che la vita non fa poi così schifo… dai!

Everybody’s wishing you happy birthday, Jimi!

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Everybody’s wishing you happy birthday! Everybody’s wishing you real good time!” – così cantava Jimi Hendrix nella sua “Happy Birthday”.

Oggi, 27 novembre 2012, avrebbe compiuto 70 anni… Settanta candeline accese, piccole fiamme creano un’atmosfera magica, a tratti psichedelica, condita da un sottofondo musicale quasi impercettibile. Poi d’improvviso una chitarra, una Fender Stratocaster, dalle cui corde prendono vita note distorte, suoni adrenalinici e selvaggi, fiamme. Arde lo strumento, brucia con il fuoco della passione, il fuoco dell’amore per la musica. Jimi Hendrix è ancora vivo, la sua energia è ancora quella di 40 anni fa. Ora è la sua Fender che sta morendo tra le fiamme e dalle sue ceneri rinasce la musica rock.

La rivoluzione che Hendrix ha compiuto è paragonabile a quella copernicana dell’universo: la chitarra, come il sole, è al centro dell’universo musicale. Il feedback abbandona l’etichetta di “fastidioso difetto” per diventare un’arte, e la distorsione, spinta ai massimi livelli, si fonde perfettamente con la morbidezza delle linee melodiche. In ogni esibizione Hendrix entrava in simbiosi con il suo strumento raggiungendo la catarsi interiore e diffondendo nell’aria vibrazioni positive.

Le candeline sulla torta si spengono. Siamo nel 1970. Jimi Hendrix è morto e con lui un’intera epoca, quella dei grandi raduni, della contestazione in musica, della psichedelia senza confini, del rock dell’utopia estrema. Nuovi generi e nuove rockstar sono in arrivo, ma l’eco della chitarra distorta di Hendrix continua a risuonare ancora oggi. Ecco perché festeggiamo il suo compleanno: Happy Birthday, Jimi!

(Articolo originariamente pubblicato su Eclipse Magazine)

Pensieri metropolitani

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Adoro osservare la gente sulla metro. Cerco di immaginare le loro storie, scruto i loro occhi alla ricerca di scene di vita vissuta. Tra loro c’è la donna in ritardo che non riesce a mettere in secondo piano l’apparenza e si trucca durante il viaggio; c’è il giovane papà che risponde alle asfissianti ma amorevoli domande del figlio; c’è l’extracomunitario che spia fugacemente all’interno del suo enorme sacco blu per ritrovare i colori e gli odori della sua terra; c’è l’africano dal cuore italiano con addosso una tuta del Milan… In tutti i loro sguardi riesco a percepire un senso di frustrazione misto a speranza. Speranza di riuscire a realizzare i propri sogni, oppure semplicemente di condurre una vita più tranquilla e serena. Ad ognuno di loro vorrei dire: “non tutti i sogni sono realizzabili, ma se credi fermamente in almeno uno di loro sei già un vincitore”.

Prossima fermata Re di Roma, uscita lato destro.

Scelte

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Capita, a volte, di leggere una citazione e di sentirsi improvvisamente fortunati oppure semplicemente illuminati…

 

Scegliete una persona che denigra l’amore, non chi continua ad esaltarlo.

Scegliete una persona che ha ancora il fantasma di un ex negli occhi e fa fatica a parlarne, non quelli che dopo pochi giorni vanno a dire che era un coglione.

Scegliete chi evita il vostro sguardo per dirvi che gli piacete, non chi ve lo scrive ogni giorno su una bacheca di un social network.  

Scegliete loro. Ve lo assicuro. Vi ameranno. Vi ameranno anche dopo che li lasciate, vi ameranno anche quando non li penserete. 

Se poi scrivono, suonano, dipingono, state sicuri che sarete i loro amori maledetti. Vi ameranno non perché sono patiti dell’amore, non perché hanno bisogno di qualcuno o si sentono soli, loro anche senza di voi vanno avanti egregiamente.

Non ameranno mai l’amore, ma voi. 

“How does it feel to be on your own with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone?”

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Era l’aprile del 1961 quando un ragazzino di nome Robert Allen Zimmerman, originario di Duluth (Minnesota), scappò di casa per inseguire i sogni di gloria approdando a New York.

Con la sua voce nasale, i modi imperscrutabili e i testi pungenti, il menestrello di Duluth divenne ben presto il simbolo della nuova generazione folk.

Nel 1965 Bob Dylan si innamora della musica elettrica e introduce elementi beat e blues nelle sue canzoni. Emblema della sua rivoluzione stilistica è “Like a rolling stone”, quella che secondo la rivista musicale “Rolling Stone” è la più grande canzone di tutti i tempi.

Fu scritta da Dylan proprio nel 1965 per entrare a far parte dell’album “Highway 61 Rivisited” e la sua base non è fatta di musica, bensì di venti pagine in cui l’autore sfoga la sua rabbia contro un destinatario ignoto. In realtà alcuni lo identificano in Edie Sedgwick, un’attrice/modella della Factory di Andy Warhol per la quale Dylan scrisse anche “Just like a woman” sempre nello stesso anno.

La pietra che rotola, metafora della solitudine, è un’immagine spesso utilizzata nella scena musicale blues e folk: “How does it feel? How does it feel to be on your own with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone?”.

Like a rolling stone” è stata riproposta da molti artisti in memorabili cover tra cui quelle dei grandi Jimi Hendrix e Rolling Stones. Ancora oggi questa narrazione musicale continua ad influenzare artisti di tutto il mondo, come Francesco de Gregori che la cita esplicitamente nel brano “Tutto più chiaro da qui”.

Controcorrente nelle vene e coerente con i suoi testi, Bob Dylan non ha intrapreso la via della solitudine, non ha scelto di “rotolare come una pietra” ma di continuare a nutrire la propria anima con ciò che di più puro e trascendentale possa esistere: la poesia e la musica.

(Leggi anche Lui, lei e l’altra: Bob Dylan, Joan Baez e Sara Lownds)