Archivio mensile:maggio 2012

“By this river”

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(Breve racconto liberamente ispirato a “By this river” di Brian Eno)

“Eccoci qui

ipnotizzati da questo fiume

io e te

sotto un cielo che continua a cadere, cadere giù

continua a cadere giù

attraverso il giorno

come se fossimo in un oceano

aspettando qui

sempre senza riuscire a ricordare perché siamo venuti qui

mi domando perché siamo venuti qui

tu mi parli

come se fossi lontano

ed io rispondo

con sensazioni prese da un altro tempo

da un altro tempo…”

(Brian Eno)

 

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“Perché siamo venuti qui, Brian?” – Anthea continuava a pormi questo interrogativo ed era come se la sua voce provenisse da un tempo lontano. Eravamo lì, sulla sponda di un fiume, ignari di come ci fossimo arrivati. E continuavamo a fissarlo. Eravamo come ipnotizzati dallo scorrere lento dell’acqua che sublimava ogni pensiero negativo. Eravamo la personificazione di un’ammaliante melodia. Riuscivamo a vedere le note che si muovevano lungo il fiume come barche e noi eravamo i pescatori pazienti che aspettavano di ricongiungersi con la natura.

Non riuscivo a ricordare perché fossimo andati lì. Ricordo solo che io e Anthea ci stavamo addentrando in un bosco, camminavamo mano nella mano e parlavamo dei nostri sogni, dei nostri progetti, delle nostre speranze. Lei mi guardava come la prima volta, con la stessa aria sognante di un bambino che ascolta la lettura di una favola. Il nostro primo incontro fu durante un mio concerto a Manchester, il 26 ottobre del 1977. Stavo cantando By this river quando tra il pubblico incrociai lo sguardo di una splendida donna con due grandi occhi marroni. Più li guardavo e più mi sentivo come una foglia secca che giace fragile su di un albero in autunno. Avevo paura dell’amore.

Poi mi tornò alla mente una poesia che scrissi con l’ingenuità di un adolescente…

 

“L’amore è un filo di vento

che spazza via le foglie secche.

Leggere e libere volano via

con la consapevolezza di chi ha vissuto

e con la curiosità di chi dovrà sapere.

Quelle rimaste adagiate per terra

rimpiangeranno quel vento

perché non potranno mai vedere quel posto fantastico

che noi ingenui chiamiamo cuore.”

 

…e mi lasciai trasportare da quegli occhi. Erano seducenti come le pagine di un libro antico. Al loro interno potevo leggere la storia della mia vita con lei, la storia di un amore durato tre minuti. Lei danzava sui tasti del pianoforte, fluttuava nell’aria mossa dai fiati e faceva l’amore con la mia voce poi, d’un tratto, è volata via assieme alle ultime note della mia canzone.

 

“Anthea, cosa ci è successo?”

“Questo fiume è la metafora del nostro amore, Brian. Il concerto di Manchester è la sua foce, la vita insieme il golfo in cui si è gettato morendo inesorabilmente. Nessuno può fermare il corso di un fiume”.

 

Un velo di malinconia si posò sui nostri volti segnati dal tempo. Insieme chiudemmo gli occhi e, come per incanto, riuscimmo a sentire le prime note di By this River, ancora lei, la canzone che in tre minuti aveva scritto la nostra storia d’amore. Li riaprimmo ed era lì, quello sguardo pieno di note soavi era di nuovo davanti a me, come nel lontano 1977. Era da lì che proveniva la voce di Anthea, dalla foce del fiume, lì dove ci eravamo persi per poi ritrovarci.

“Un ritorno all’origine: ecco dove siamo, Anthea. E tu mi guardi come la prima volta, con gli occhi sognanti carichi di ammirazione, quegli occhi che mi hanno fatto sentire vivo. Ed è così che mi sento adesso. Anthea riesci a sentire la mia canzone?”. Lei mi guardò con lo stesso sguardo di allora  e il mio corpo fu pervaso dal brivido della passione, lo stesso brivido che provai la prima volta che ascoltai John Cage suonare il pianoforte. In quel momento però riuscivo a sentire il mio di pianoforte e le note che aprono la mia “By this river”. Ne riscrissi il finale, o meglio, lo eliminai. Era diventata la mia canzone infinita, la foce che tiene con sé il fiume senza mai interrompere il suo corso. L’ascoltammo e facemmo l’amore come la prima volta… by this river … per sempre.

Bob Marley (6 febbraio 1945 – 11 maggio 1981)

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A 31 anni dalla sua morte, un approfondimento sulla canzone-testamento del re del reggae

Emancipatevi dalla schiavitù mentale. Nessuno oltre a voi può liberare le vostre menti.” (Bob Marley)

Redemption Song è l’ultima canzone dell’ultimo album di Bob Marley, “Uprising” (1980), nonché l’ultima che il re del reggae ha cantato dal vivo. La scrisse quando sapeva di dover morire, di non avere più tempo. Era il 1979 e a Marley era già stato diagnosticato il cancro che gli avrebbe rubato per sempre la vita. Ecco perché “Redemption Song” possiede quella commozione profonda e quel velo insopprimibile di malinconia di chi sa di avere il destino segnato. La morte si è presa Bob Marley nel sonno l’11 maggio 1981 all’età di 36 anni. Era mezzogiorno circa, 40 ore dopo il ricovero nell’ospedale di Miami e il cancro si era esteso al cervello, ai polmoni, al fegato e allo stomaco… (Continua a leggere su Eclipse Magazine)

Primo Maggio 2012 – Il Concertone

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Un panino con la porchetta ha dato l’avvio al mio quarto concerto del Primo Maggio, bagnato e fortunato. Un impermeabile in plastica rosa – gentilmente offerto da uno sconosciuto – mi ha protetta dalla maligna pioggia. Un bicchiere di birra mi ha dissetata e mi ha accompagnata verso il mare di folla. “Andiamo sotto al palco!”. Ma sì dai, in fondo non ci sono mai stata. Ed eccomi lì, in una dimensione nuova ma non del tutto sconosciuta. La vicinanza delle transenne per me è adrenalinica: io a 30 metri dal palco, io nel mio habitat naturale. Lì dove tutto diventa bellissimo, lì dove l’oggettività viene data in pasto all’emozione e tutto sembra incredibilmente magico.

Mauro Pagani e l’Orchestra Roma Sinfonietta mi hanno completamente rapita. Con loro i classici del rock sono tornati in vita avvolti da un’aurea talmente luminosa da diventare accecante. Unica pecca: la scelta degli interpreti come Raiz per “Kashmir” dei Led Zeppelin e Samuel dei Subsonica per “Heroes” di Bowie.

Ovazione per Manuel Agnelli che continua a detenere lo scettro di cantante italiano più carismatico e magnetico. Una voce eclettica che fa l’amore con tutte le canzoni, un’interpretazione carica di pathos e una presenza scenica – assolutamente semplice e minimalista – senza pari. Se ne sta lì fermo, tutto vestito di nero, come se non volesse attirare l’attenzione, eppure i miei occhi sono puntati solo su di lui e le mie orecchie solo sulla sua voce.

Non si può dire lo stesso di Caparezza, la cui oggettiva presenza scenica non è affatto minimalista. E’ un animale da palcoscenico, uno showman che sa bene come conquistare il pubblico e fomentare la folla impazzita. E’ lui il Re di questo Primo Maggio, con la sua formula perfetta fatta di rime baciate, timbri vocali eterogenei, costumi eccentrici, band teatrale, energia e capelli, tanti capelli. Ascoltare  “Vieni a ballare in Puglia” poi è sempre un enorme piacere.

Pur risultando impopolare, non ho mai nascosto il mio mancato apprezzamento per i Subsonica e per Samuel in particolare. Sarà che per me il timbro e l’estensione vocali sono fondamentali, sarà che non mi piace l’elettronica, ma la band non è mai riuscita a farmi cambiare opinione, nemmeno durante i live. Ieri poi hanno deluso un po’ tutti. Tra stonature e pubblico poco partecipante, i Subsonica hanno (fortunatamente) cantato la piccola parte di repertorio che preferisco. “Nuova Ossessione” resta una gran canzone.

Una bella scoperta sono stati i Nobraino, una band originale e lontana dal mainstream. Geniale è stata la trovata del cantante di rasarsi i capelli durante l’esibizione. Anche nel loro caso la presenza scenica conta molto, ma non è la loro unica qualità. Li terrò d’occhio. Una conferma invece Il Teatro degli Orrori con un Capovilla più partigiano che mai.

Cosa desiderare di più da un concerto che si conclude con una delle mie canzoni preferite di una delle mie band preferite? “Hey Jude” dei Beatles suonata dall’Orchestra Roma Sinfonietta ha chiuso in bellezza l’evento.

Ma manca qualcuno o sbaglio? Ma certo, gli Afterhours! Avevo appena conquistato la terza fila per godermi al meglio l’Agnellone & Co. e invece… nulla. A quanto pare la loro esibizione è stata tagliata per evitare uno sforamento di tempo. La profonda delusione era palpabile nelle prime file e, nonostante il coro unanime al grido di “Vogliamo gli Afterhours!”, la band non è salita sul palco. L’interpretazione di “Karma Police” di Manuel Agnelli però resterà nel cuore.