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SITTIN’ ON THE DOCK OF THE BAY

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Mi domandate quale canzone mi risuonava nella testa mentre provavo ad ammazzarmi? Domanda bizzarra ma interessante, senza dubbio. “Sittin’ on the dock of the bay” di Otis Redding. La conoscete? Sì dai, che cazzo di domande faccio pure io?! Quanto amavo il blues dio solo lo sa! Amavo anche il soul, ma era il blues a sconvolgere i miei sensi. Passavo serate intere rintanato in casa con il mio giradischi in legno di ciliegio e lo stupravo con i miei 45 giri di Solomon Burke, Nina Simone, BB King… Era la sola cosa che mi emozionava. Il mondo faceva davvero schifo, non so come facciate voi altri a starvene ancora lì! Scusate, sto divagando. Torniamo alla canzone. “Seduto sul pontile della baia…” – no, non mi trovavo esattamente lì in quel freddo venerdì del 18 novembre 1994. Ero su di un banalissimo ponte di ferro battuto. So cosa starete pensando ora: “Non sarebbe più indicata Meraviglioso di Modugno come canzone?”. Fanculo voi e la vostra convenzionalità! No, non era più indicata. Io fischiettavo come Otis e poi, diamine, nessun angelo stava lì pronto a salvarmi! Io mi sono ammazzato perché ero completamente vuoto. Vuoto di pensieri, emozioni, turbamenti, sentimenti… Come vi dicevo prima, era il 1994, qualche mese dopo l’elezione di Berlusconi… (vedendo come vi è andata poi, devo ammettere che non mi sono per niente pentito del mio gesto!) Firiffififi firiffififiriffi (fischio)… quanto me la fischiettavo! Quella voce black giocava a ping pong con il mio cervello. Potevo quasi vedere Otis invitarmi a lanciarmi giù dal ponte fischiettando allegramente. Che cazzo c’avrai da fischiettarti brutto panzone? Ero strafatto e ubriaco lercio. C’era più alcool in me che in tutte le cantine dei peggiori bar di Caracas. La decisione di suicidarmi però la presi in un momento di totale lucidità.

Nel ’94 si sciolsero i Velvet Underground. Quanto m’era dispiaciuto! Se mi avessero chiesto quale canzone avevo in testa mentre mi facevo, beh, quella sarebbe stata sicuramente “I’m waiting for the man” perché quello stronzo di spacciatore del cazzo mi faceva sempre aspettare almeno un’ora in piazza! Nel ’94 avevo 35 anni e mi chiamavo Aldo. Dico mi chiamavo perché qui ora mi faccio chiamare Otis. Qui dove? Questo non posso dirvelo, o meglio, non sarei nemmeno in grado di descriverlo. Vi dico solo che è un posto molto blues. Ero completamente solo e la mia vita era banale. Una merda. Non ero esattamente un tossicodipendente, ma affascinato dalle droghe. Droghe di qualsiasi genere. Anche le donne erano una droga per me. Me ne scopavo una diversa a settimana, ma mai nessuna riusciva a soddisfarmi. Non quanto Selene sullo schermo almeno! Non sapevo nemmeno cosa fosse l’amore. Per me l’amore erano due gambe di donne spalancate. Mi innamoravo solo di quella e per soli 20 minuti (quando andava bene). La mia famiglia viveva a Foggia, io invece mi ero trasferito a Torino per lavorare in Fiat. La fabbrica era la metafora della mia essenza: fredda, meccanica, metallica. Sapete, ero convinto di avere il cervello di metallo: ogni sera i pensieri suicidi mi rimbombavano dentro con l’eco. Volevo morire. Vi sembrerà strano che un insensibile come me possa fare pensieri così profondi, vero? Chi l’ha detto che solo i sensibili si ammazzano? Io volevo ammazzare proprio la mia insensibilità, la mia totale assenza di sentimento. Nietzsche scrisse che anche i superflui si danno importanza quando muoiono e che anche il guscio più vuoto vuole essere schiacciato. Ecco io ero esattamente quello: un guscio vuoto da schiacciare. Nessuno di voi comprenderà mai le ragioni del mio suicidio, ma poco importa. Io volevo decidere quando morire così come, da vero uomo, ho sempre deciso tutto della mia vita, anche di stare da solo e allontanare ogni essere umano da me. “Umanità, mi stai sul cazzo!” – non ricordo esattamente chi lo disse. Potrei essere stato proprio io, forse. Non voglio convincervi che il suicidio sia un atto di coraggio, lungi da me! Nel mio caso pero è stato l’unico atto altruistico (e quindi di eroismo perché ce ne vuole di coraggio per essere altruisti con tutta la merda che ti circonda!) che io abbia mai compiuto. Ero un rifiuto della società. Ero odiato da tutti, persino dal panettiere sotto casa. Ero un rozzo, maleducato, prepotente. Ero come uno di quei personaggi dei libri di Bukowski. Ed ero fiero di esserlo fino al giorno della mia morte.
Ero talmente insensibile che non andai nemmeno al funerale di mio padre. A mia madre dissi che avrei dovuto lavorare e invece quel giorno mi sono solo strafatto di canne. Era l’unico modo per far credere alla gente che avevo pianto. Che poi, in fondo, della gente non me ne fregava un cazzo! Ma a Lisa sì. Fregava eccome! E allora dovevo farle credere che importava anche a me. Lisa era la ragazza che mi stavo facendo quella settimana. Era migliore delle altre, non faceva domande, non rompeva i coglioni e, in effetti, con lei durò di più. Due mesi circa. Oh Lisa! Le piaceva provocarmi facendosi scivolare i vestiti di dosso con una grazia tale da convincermi che avrebbe potuto spalare la merda che avevo dentro. Aveva lunghi capelli nero corvino tanto morbidi da ricordarmi le note della chitarra blues e grandi occhi di un verde profondo come la voce di Otis Redding. Adorava soffiarmi nelle orecchie e baciarmi il collo. Con lei i preliminari duravano più del solito, o perlomeno non il tempo di apertura della zip. Con Lisa mi fingevo dolce e sensibile, ma solo perché era un gran pezzo di figa. Poi se ne andò in Erasmus a Madrid e chi cazzo l’ha mai più vista! Comunque non ero innamorato di lei. Forse ero innamorato della mia straordinaria capacità d’interpretazione quando ero con lei. Con le altre finivo sempre col darmi la zappa sui piedi. Con lei invece avevo affinato le mie capacità recitative. Fanculo pure a te, Lisa!

Il 1994 è stato anche l’anno di Pulp Fiction, il mio film preferito. Quanto mi avrebbe fatto comodo Mr. Wolf! Non avrei disdegnato nemmeno una Mia Wallace in realtà. Anche se in fondo io non avevo grossi problemi. Ero solo terribilmente insoddisfatto! Non avevo stimoli di nessun genere. Nemmeno ubriacare il mio giradischi di blues mi aiutava. Mi sentivo vuoto, inutile, volevo solo bere e drogarmi. E scopare, ok. Non potevo continuare così. So che vi aspettavate una storia strappalacrime, ma avete decisamente sbagliato protagonista. Non sono qui per farvi piangere, chiaro? A quello ci ha pensato mia madre. Non ho ancora capito se ha pianto più per me o perché ha votato Berlusconi. Va beh, ora che vi siete liberati di lui posso anche liberarvi di me. Anzi no, non vi ho ancora detto come mi sono ammazzato! D’accordo, potete immaginarlo. Ero lì che guardavo l’acqua scura del fiume (ve lo ripeto, NO! Non stavo pensando a Meraviglioso di Modugno) e pensavo al fischiettio finale di “Sittin’ on the dock of the bay”, il più famoso nella storia della musica popolare. La leggenda narra che Otis non trovava le parole per il finale, così lo fischiettò. Che cazzo di genio! Lo sapete che è stato il primo brano postumo nella storia a raggiungere il primo posto nelle classifiche americane? Magari divento famoso anche io dopo questo monologo! “Chiunque voglia avere la gloria deve congedarsi per tempo dall’onore ed esercitare la difficile arte di andarsene – al momento giusto”. Lo scrisse sempre il buon vecchio Nietzsche. Conosco a memoria quel libro! (“Così parlò Zarathustra”). Tra una canna e una pippata, trovavo anche il tempo di leggere.
Come vi dicevo, ero lì affacciato dal ponte a fischiettare. Mi sentivo invincibile. Credete che abbia trovato il coraggio di buttarmi? No, non l’ho trovato. Eppure l’ho cercato ovunque: nell’alcol, nella droga, nelle donne, nei miei pantaloni… ma nulla. Mi sono bucato. Sono morto di overdose, da banale tossico vigliacco. So che ora volete sapere cosa si prova mentre si muore, ma non ve lo dirò. Non potrei. Come potrei io, uomo insensibile e vuoto, riuscire a descrivere l’unica vera emozione provata nella mia vita? Sarebbe come chiedere a Otis di rinascere per scrivere i versi finali della sua canzone.

Sapete che faccio? Ve la fischietto, proprio come lui… Firiffififi firiffififiriffi…

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“The Great Gig in the Sky” – Pink Floyd

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“I never said I was frightened of dying.“
“Non ho mai detto di avere paura della morte.”

L’inconoscibile è ciò che più di ogni altra cosa fa paura ma, allo stesso tempo, affascina e stimola la curiosità dell’intelletto umano.

Emblema dell’ignoto è la morte, il nulla, il punto fermo dopo la vita, l’inquietudine interiore che porta alla depressione e all’alienazione.
Un lungo viaggio che ci conduce alla morte: è questo il significato più inquietante della nostra vita e i Pink Floyd sono riusciti a rappresentarlo magistralmente  in musica con “The Great Gig in the Sky”.
Il brano prende forma in modo pacato e leggero con un giro di accordi rilassato di un pianoforte che incontra sporadicamente una chitarra delicata e sognante. Poi d’improvviso una voce che, intimorita ma all’apparenza spavalda, esclama: “E non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non vi sarebbe alcuna ragione, prima o poi si deve andare”. La serenità delle prime note è come una preparazione psicologica a ciò che di sconvolgente sta per accadere. Un lungo corridoio buio che lascia spazio solo alle immagini ritratte dalla fantasia, poi una luce accecante annunciata dalle note di una batteria nervosa e rappresentata egregiamente da una voce femminile, quella di Clare Torry. Un urlo liberatorio reso suadente da un timbro vocale morbido e sensuale, quasi a voler significare che la morte è vicina ma non è così terribile come tutti credono. È il trapasso dalla vita terrena allo spazio celeste circondato dai suoi pianeti, è “the dark side of the moon” (la parte oscura della luna) quella che affascina ma che terrorizza per la sua essenza impalpabile e misteriosa.
The Great Gig in the Sky” è la quinta traccia dell’album “The Dark side of the Moon”, pubblicato nel 1973 dai Pink Floyd. Prima di diventare “The Great Gig in the Sky” il titolo era “The Mortality Sequence” e la struttura era molto diversa: c’era soltanto un organo e qualche estratto vocale di persone che parlavano di morte. Dopo 3’33’’ si può sentire una voce femminile dire “I never said I was frightened of dying”, ma secondo una leggenda metropolitana la frase detta era “If you can hear this whisper you die”. La voce appartiene a Myu Watts, madre dell’attrice Naomi Watts e moglie dell’allora tecnico del suono dei Pink Floyd Peter Watts.
Non è importante aver dato un’ interpretazione erotica (per alcuni la voce di Clare Torry rappresenta l’atto d’amore nella sua forma energetica esplosiva tipica dell’orgasmo) o esistenziale (il momento della morte e della nascita come fossero gli stati psicofisici della nostra stessa realtà vitale) a questo brano, ma quanto aver provato, attraverso la sua intensità musicale, un percorso immaginario verso l’infinito vissuto come catarsi interiore. “The Great Gig in the Sky” offre agli ascoltatori più sensibili una via di fuga dalla quotidianità, dalla monotonia, dalla staticità per liberarsi dai condizionamenti negativi che la mente produce e per vivere un’esperienza mistica carica di pathos emotivo.
(Articolo originariamente pubblicato su Eclipse Magazine il 21 settembre 2010)

“Immigrant song” – Led Zeppelin

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Quando sentii Robert cantare, subito pensai che in lui ci fosse qualcosa che non andava. Intendiamoci, era bravo, ma quella specie di suo gemito primordiale aveva il potere di innervosirmi… Fu Alexis Corner a dissipare le mie perplessità su Robert.” (Jimmy Page)

E’ proprio quella “specie di gemito primordiale” di Plant ad aprire “Immigrant Song”, prima traccia di Led Zeppelin III. Dopo il successo del precedente album, i Led Zeppelin hanno creato un’opera dalla duplice identità: una elettrica, caratterizzata dalle classiche atmosfere dure proprie dell’hard rock; l’altra acustica, intrisa di sonorità inedite e decisamente più morbide. Ma è ad uno dei brani più violenti degli Zeppelin che viene affidato il ruolo di pioniere del disco, “Immigrant Song” appunto. Composto da Jimmy Page e Robert Plant, è celebre per il selvaggio urlo di battaglia d’inizio strofa e per il ridondante riff di chitarra. E’ inoltre considerato l’emblema della propensione alla magia e alla mitologia della band. Il testo, che narra di un’imminente invasione vichinga, è stato scritto durante il grandioso tour del 1970. Precisamente i Led Zeppelin lo scrivono dopo l’esibizione al Festival di Bath (Islanda – luogo leggendario perché pare che lì sia conservato il Santo Graal. Il concerto ha contato 150.000 spettatori) e lo dedicano a Leif Ericson, il grande esploratore islandese, il primo europeo a scoprire l’America del Nord. Buttano giù le parole pensando ai vichinghi e ai loro viaggi, alle scoperte, alla grandezza dei tempi andati. I loro fan però non capiranno che si tratta di un omaggio alla terra, penseranno invece che “Immigrant Song” sia un’autocelebrazione. Contrariamente a quanto si creda, il “Martello degli Dei” era invece il Mjöllnir, l’arma di Thor, dio del lampo e del tuono, che aveva la particolarità di tornare sempre indietro come fosse un boomerang. Solo Thor e suo figlio Magni erano però in grado di sollevarlo. L’immagine potente ed evocativa del “Martello degli Dei” risultò talmente efficace da essere immediatamente associata al gruppo (in particolare, al batterista John Bonham) al pari dell’immagine del noto dirigibile. “Hammer of the Gods” è anche il titolo della biografia ufficiale della band, scritta da Stephen Davis nel 1985.

Con un ritmo incalzante come il rumore degli zoccoli di un cavallo in corsa, “Immigrant Song” diventa in breve tempo un brano-mito… “The hammer of the gods will drive our ships to new lands, to fight the horde, singing and crying…”.

(Articolo originale: http://www.eclipse-magazine.it/cultura/musica/eclissi-di-note-immigrant-song-led-zeppelin.html

Razionalità

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Entro nel mio supermercato di fiducia (evito di fare pubblicità occulta) e, tra un reparto e l’altro, ecco che in sottofondo passa una canzone del mio gruppo preferito degli allora tormentati anni adolescenziali. Flash back inevitabile: bolle di ricordi rimbalzano nella mia mente. Rimpiango la facilità con cui riuscivo ad emozionarmi allora. L’adrenalina dei primi concerti, l’ansia e l’imbranataggine nel chiedere foto e autografi, le corse alle transenne.

Ho barattato il tutto con una razionalità che probabilmente non mi appartiene. Forse la musica doveva restare solo una passione pura e incontaminata e non diventare un lavoro freddo e inanimato. Forse dovremmo un po’ tutti tornare bambini e provare a lasciarci trasportare dalla fantasia.

La razionalità è una serial killer: uccide le emozioni, le passioni e la fantasia.

Il musicista underground

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La metro di Roma sta diventando la mia più proficua fonte d’ispirazione.

Alle 10 di ogni mattina percorro i 500 metri che mi separano dalla stazione Re di Roma con in mano il mio lettore mp3, pronta a saltare quelle canzoni che non riescono a tenere il mio passo. Al 499° metro mi fermo ad osservare la vetrina dell’edicola, quella con tutte le riviste musicali, poi attraverso la strada e scendo le scale della metro. Le cuffie sono sempre lì, nelle mie orecchie, a ricordarmi perché ho scelto di lavorare nel mondo della musica. Seguo l’indicazione per i treni, giro l’angolo e vedo lui, il chitarrista della metro. Di certo più “underground” di lui non ce n’è. Avrà 50 anni o poco più, indossa una buffa coppola siciliana sul capo, un giaccone verde smeraldo, pantaloni beige e scarpe marroni. Seduto, abbraccia la sua chitarra, suona ma io non posso sentirlo: la musica nelle mie orecchie sovrasta la sua. Mi fermo un attimo ad osservarlo, lui si volta a guardarmi. Dal suo sguardo trapelano tristezza, frustrazione, sconforto. La gente passa, ripassa, ma nessuno mai si ferma ad ascoltarlo o tanto meno a rivolgergli un fugace sguardo. Io non sono come loro. Decido quindi di togliere le cuffie e di dedicargli qualche secondo. Prova a suonare il classico Battisti, non è bravo ma merita comunque la mia attenzione. Accenna un sorriso: non gli importa delle monete che la gente posa nella custodia della sua chitarra, lui vuole solo essere ascoltato. Chissà, magari immagina di essere in un club o in un teatro o addirittura in un’enorme arena e di riuscire a catturare l’attenzione di migliaia di persone con le sue cover arrancate. Oppure prova semplicemente a guardarsi allo specchio attraverso gli occhi dei passanti e prova ad attribuire un valore alla sua vita, che però non supera mai quello delle monete presenti nella custodia della chitarra. Potrebbe chiamarsi Carlo o Giuseppe, potrebbe avere una moglie e tre figli. Oppure potrebbe essere solo, ma non voglio immaginarlo così. Sarebbe troppo triste. Chissà, forse a 20 anni suonava in una band, aveva i capelli lunghi, andava in tour con un furgoncino Volkswagen ed amava una giovane ragazza nordeuropea dai capelli color oro e gli occhi color cielo. Sì, è così che voglio immaginarlo.

Sono in ritardo, non posso più restare ferma lì. Devo viaggiare alla stessa velocità con cui viaggia la mia mente. Mi rimetto le cuffie, sorrido al musicista e, in cuor mio, spero che lo facciano anche i successivi passanti. Perché il sorriso di uno sconosciuto può ricordare ad un musicista il motivo per cui ha scelto di inseguire quella passione, proprio come le cuffie fanno con me tutte le mattine.

“The Wall” – Pink Floyd

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Ho appena appreso l’incredibile notizia del ritorno di “The Wall” di Roger Waters. Sarà in Italia il prossimo 26 luglio allo stadio Euganeo di Padova e il 28 luglio allo stadio Olimpico di Roma.

Per l’occasione ripropongo un mio vecchio articolo scritto per Eclipse Magazine (www.eclipse-magazine.it).

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“Stavo tentando di dare un senso alla mia vita e in qualche modo, beh sì, devo dire di avercela fatta.” (Roger Waters in un’intervista al Rolling Stone)

 

Mattone dopo mattone, sofferenza dopo sofferenza, Waters ha costruito il suo muro – The Wall – la sua barriera di separazione dalla realtà, dal mondo sensibile in cui si sentiva un pesce fuor d’acqua. La sua vita ha trovato senso nel sodalizio tra la musica e la comunicazione visiva che, come un terremoto, ha buttato giù quel muro all’apparenza insormontabile e indistruttibile. Con “The Wall” Roger Waters ha effettuato un percorso di catarsi interiore e creativa che lo ha condotto alla piena coscienza di sè e degli altri. Se è vero che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, in realtà quel muro non è stato abbattuto ma si è tramutato nella forza creativa di Waters.

Prima di entrare nel vivo del disco, occorre analizzare il contesto in cui è stato creato poiché è nella sua genesi che si possono trovare i significati più reconditi dell’intera opera frutto della geniale follia di Waters. Tutto ebbe inizio nel 1977 durante l’ultima disastrosa tappa del tour “In the flesh”. L’impianto audio era talmente scarso da venire coperto dalle urla del pubblico euforico ed indisciplinato. Accadde poi che un ragazzo ubriaco si arrampicò sulla barriera che separava il gruppo dagli spettatori, Waters perse la pazienza e gli sputò addosso. Fu un gesto impulsivo e sconsiderato che segnò il bassista al punto da mettere in discussione il suo rapporto con i fan e con la band stessa. I Pink Floyd erano allo sfascio e, nonostante il loro incredibile successo, stavano finendo in banca rotta a causa di investimenti sbagliati. Per risanare le finanze dovettero produrre un disco in poco tempo. Prontamente arrivò “The Wall”, l’ossessione personale di Waters. Era ricco e famoso ma incapace di sfuggire ai suoi problemi cominciati con la perdita del padre, vittima della Seconda Guerra Mondiale. Decise di reagire come una vera e propria rockstar: si rintanò in una casa isolata nella campagna inglese con la sola compagnia di un sintetizzatore e di un mixer e diede vita ad una grande opera rock nel bel mezzo dell’esplosione punk. Il risultato fu un doppio album costruito su tre livelli d’ispirazione: uno autobiografico, uno derivato dall’osservazione della società e l’altro frutto di puro artificio narrativo. Waters ripercorre in musica l’intera vita di Pink, un personaggio dalla psicologia pirandelliana che attinge all’iconografia della rockstar. Simbolicamente, nel primo disco, le difficoltà e i traumi esistenziali del protagonista vengono rappresentati come singoli mattoni che vanno a costruire un muro di isolamento che lo allontanano dalla realtà, fino alla completa alienazione…”just another brick in the wall”. Nel secondo disco, a muro completato, si ricomincia daccapo: dal vagito, dalla nascita. Pink ricerca i mattoni che hanno costruito il muro per affrontare introspettivamente i propri problemi. Dalla condizione di totale isolamento, cerca di riaprire qualche squarcio verso l’esterno (“Is there anybody out there?”) per giungere al completo abbattimento del muro che lo riporterà finalmente in contatto con il mondo esterno. La struttura scelta da Waters è quindi quella di un doppio percorso, due strade che rappresentano un percorso unico ma anche due vie diverse come fossero paradossalmente due rette sia parallele sia incidenti. La trama narrativa è costruita su molteplici livelli d’interpretazione che diventano parte di un’opera unica come infiniti giochi di specchi, riflessi di vita in cui l’ascoltatore può identificarsi. Uno di questi livelli è quello della follia incarnata da Syd Barrett. Il muro può infatti rappresentare anche la pazzia, la barriera che ci divide dalla realtà, quella stessa barriera che ha separato Syd dal gruppo. Il riferimento al diamante pazzo che per anni ha ossessionato la vita di Roger è rintracciabile nella fragilità della rockstar Pink, nel suo urlo disperato in “Nobody Home”, nel suo deserto interiore causato dalla mancanza di contatti con l’esterno. Che sia proprio la pazzia la via d’uscita? Il rifiuto e la negazione del mondo posso salvarci dal dolore? E’ ciò che si domanda Waters ma è anche ciò che più lo terrorizza e che tenta di esorcizzare.

L’alternarsi di momenti di intimismo lirico, di violenze frammentate spesso scatenate dalla magistrale chitarra di Gilmour, di leit motiv d’impronta classica, di crescendo improvvisi delle tastiere e accordi distanti tra loro su di un tappeto vellutato hanno fatto di “The Wall” un’opera memorabile impressa nei cuori di milioni di ascoltatori in tutto il mondo.

(Fonte: http://www.eclipse-magazine.it/cultura/musica/deep-rock/%E2%80%9Cthe-wall%E2%80%9D-%E2%80%93-pink-floyd.html)

KUTSO che band!

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Già il nome è tutto un programma. Sì perché kuTso si legge proprio come immaginate, all’inglese. Dietro ad un appellativo così irriverente si cela una live band capace di trasformare un concerto in una sorta di festa collettiva in cui la parola d’ordine è “divertimento”. Hanno all’attivo l’EP “Aiutatemi”, hanno vinto importanti concorsi come l’“Heineken Jammin’ Festival Contest” nel 2007 ed il “MarteLive” nel 2011, hanno aperto i concerti di Bugo, Radici Nel Cemento, Nobraino, Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Angelini e Pier Cortese.

Loro sono: Matteo Gabbianelli (voce), Luca Amendola (basso), Donatello Giorgi (chitarra) e Alessandro Inolti (batteria), quattro ragazzi che infiammano i palchi con le loro acrobazie, gli svariati travestimenti del chitarrista-trasformista, gli stage diving del cantante e, naturalmente, con la loro trascinante musica che si destreggia magistralmente tra rock, grunge, funky e beat. A fare da filo conduttore a tutti questi generi che compongono il sound dei kuTso è il concetto di dinamismo: la distruzione e la creazione, il colpo di scena, il fare e il disfare.

E, a proposito di dinamismo, ascoltando attentamente le parole delle loro canzoni salta fuori un imprevedibile colpo di scena: i testi sono intrisi di sarcasmo, disfattismo e nichilismo; accompagnati dalle musiche allegre e solari però, essi perdono quell’aurea di negatività e, in questo modo, tutti i mali vengono esorcizzati con una grassa e sana risata. Il grunge quindi accompagna la band non sono musicalmente ma anche nei testi in cui ritroviamo i temi tipici del genere nato nei anni ‘90, come la ribellione, il pessimismo e la violenza nichilista e autodistruttiva.

Tra un vocalizzo e una supercazzola, tra una verticale e un acuto, l’autore dei testi, Matteo, tiene a sottolineare che i kuTso hanno una vera e propria missione: trovare l’equilibrio tra suono e concetto tramite un linguaggio composto, a metà tra scherzo e provocazione in una forma strettamente aderente alla struttura melodica dei brani. La band ha all’attivo solo “Aiutatemi” perché, per il momento, fare un disco non rientra nei loro obiettivi e preferiscono farsi conoscere tramite la rete e i concerti. Inciso su etichetta 22R, l’EP contiene quattro brani davvero “kutsooti” tra cui l’omonimo “Aiutatemi”, una canzone in cui l’80% dei trentenni di oggi può immedesimarsi. Matteo intona “Trovo sempre mille scuse per non muovere un dito e poi lancio le mie accuse da trentenne fallito…Aiutatemi, vi ringrazierò.”, l’esatto specchio di una generazione statica e immobile che, pur lamentandosi continuamente della situazione che vive, non fa nulla per cambiare le cose.

Nell’oscuro tunnel del dubbio che attanaglia ormai da tempo i cultori del genere, ovvero se il rock è morto oppure no, si profila un barlume di speranza nell’underground romano: sono loro, i kuTso, la rock band vestita di sarcasmo.

Se volete saperne di più:

Sito internet: http://www.kutso.com

Myspace: http://www.myspace.com/kutso

Facebook: www.facebook.com/pages/kuTso

(originariamente pubblicato su Rockisland.it – link all’articolo: http://www.rockisland.it/news-17160/kutso/)