Il musicista underground

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La metro di Roma sta diventando la mia più proficua fonte d’ispirazione.

Alle 10 di ogni mattina percorro i 500 metri che mi separano dalla stazione Re di Roma con in mano il mio lettore mp3, pronta a saltare quelle canzoni che non riescono a tenere il mio passo. Al 499° metro mi fermo ad osservare la vetrina dell’edicola, quella con tutte le riviste musicali, poi attraverso la strada e scendo le scale della metro. Le cuffie sono sempre lì, nelle mie orecchie, a ricordarmi perché ho scelto di lavorare nel mondo della musica. Seguo l’indicazione per i treni, giro l’angolo e vedo lui, il chitarrista della metro. Di certo più “underground” di lui non ce n’è. Avrà 50 anni o poco più, indossa una buffa coppola siciliana sul capo, un giaccone verde smeraldo, pantaloni beige e scarpe marroni. Seduto, abbraccia la sua chitarra, suona ma io non posso sentirlo: la musica nelle mie orecchie sovrasta la sua. Mi fermo un attimo ad osservarlo, lui si volta a guardarmi. Dal suo sguardo trapelano tristezza, frustrazione, sconforto. La gente passa, ripassa, ma nessuno mai si ferma ad ascoltarlo o tanto meno a rivolgergli un fugace sguardo. Io non sono come loro. Decido quindi di togliere le cuffie e di dedicargli qualche secondo. Prova a suonare il classico Battisti, non è bravo ma merita comunque la mia attenzione. Accenna un sorriso: non gli importa delle monete che la gente posa nella custodia della sua chitarra, lui vuole solo essere ascoltato. Chissà, magari immagina di essere in un club o in un teatro o addirittura in un’enorme arena e di riuscire a catturare l’attenzione di migliaia di persone con le sue cover arrancate. Oppure prova semplicemente a guardarsi allo specchio attraverso gli occhi dei passanti e prova ad attribuire un valore alla sua vita, che però non supera mai quello delle monete presenti nella custodia della chitarra. Potrebbe chiamarsi Carlo o Giuseppe, potrebbe avere una moglie e tre figli. Oppure potrebbe essere solo, ma non voglio immaginarlo così. Sarebbe troppo triste. Chissà, forse a 20 anni suonava in una band, aveva i capelli lunghi, andava in tour con un furgoncino Volkswagen ed amava una giovane ragazza nordeuropea dai capelli color oro e gli occhi color cielo. Sì, è così che voglio immaginarlo.

Sono in ritardo, non posso più restare ferma lì. Devo viaggiare alla stessa velocità con cui viaggia la mia mente. Mi rimetto le cuffie, sorrido al musicista e, in cuor mio, spero che lo facciano anche i successivi passanti. Perché il sorriso di uno sconosciuto può ricordare ad un musicista il motivo per cui ha scelto di inseguire quella passione, proprio come le cuffie fanno con me tutte le mattine.

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