Major vs Etichette Indipendenti

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Le case discografiche sono come le botti di vino: in quelle piccole c’è (quasi sempre) il prodotto migliore. La ragione è facilmente intuibile: in Italia vige oramai il duopolio Sony-Universal e la maggior parte degli artisti presenti nel roaster sono figli dei talent show. Un esempio? Gli “Amici di Maria de Filippi” (come Emma Marrone e Alessandra Amoroso) hanno ottenuto un contratto con le major grazie alla partecipazione alla nota trasmissione televisivo-invasiva. Maria De Filippi, prima di essere una donna di spettacolo, è una grande imprenditrice musicale. Lei è, ahinoi, la discografia italiana. Lei è in grado di decidere le sorti del Festival di Sanremo. Il suo dominio sull’impero musicale italiano è inversamente proporzionale all’altezza di Maurizio Costanzo, suo fedele consorte.

Ciò che si mette in dubbio qui non è tanto il talento di questi ragazzi, bensì la qualità delle loro (?) produzioni. E’ risaputo che le major sono i dittatori dell’industria musicale: la pressione esercitata sugli artisti li rende delle marionette nelle loro mani. Ecco perché, verso la fine degli anni Novanta, sono nate le etichette indipendenti. La rivoluzione è partita con l’incremento degli studi di registrazione privati, di masterizzatori cd e con la diffusione di Internet. La differenza tra i due generi di etichetta è data dal loro concetto stesso: le major vedono nella band semplicemente un business, quindi firmano contratti esclusivamente con gruppi che ritengono possano vendere un numero di dischi tale da risarcire la stessa major dell’ingaggio della band e ottenere un forte guadagno; le label puntano invece a contribuire la diffusione della musica delle band che arrivano a poche copie vendute per ogni album. Pare però che oggi dichiararsi “indipendenti” sia diventata una sorta di moda. Auto-definirsi “indie” è cool. L’abuso dell’aggettivo “indie” è controproducente, specie quando non si ha ben chiaro il suo significato. Cosa vuol dire indie? Di certo non lungo ciuffo laterale, jeans strizza-gambe, occhiali da nerd o giubbino di pelle. “Indie” sta per “fuori dalla massa (spesso informe e confusa)”; “indie” sta per libertà di espressione musicale; “indie” sta per “nonm’importadiappariresuMTV”; “indie” sta per “nonconoscoMariaDeFilippi”. Le etichette indipendenti hanno accettato una sfida molto rischiosa: dimostrare che ancora oggi – in barba alla crisi della discografia – è possibile setacciare il sottobosco musicale italiano ottenendo discreti successi. La torta è piccola, a volte minuscola, e per mangiarne anche solo una fettina bisogna faticare a testa bassa; dietro l’angolo, però, si nasconde un enorme e bellissimo mare di soddisfazioni. La parola d’ordine è “futuro”. Oggi più che mai bisogna vivere con i piedi saldamente ancorati al presente e lo sguardo costantemente rivolto al futuro, se si vuole sopravvivere con dignità nel mondo della discografia. Poi, quando ci si ritrova a bere in compagnia di colleghi e addetti ai lavori, è concesso lasciarsi avvolgere da un velo di malinconia e rievocare l’età dell’oro con un misto di rimpianto e commozione. L’importante è poi rientrare a casa, vomitare tutto (evitando però di morire soffocati come John Bonham) e la mattina dopo ricominciare da zero… con i piedi saldamente ancorati al presente e lo sguardo costantemente rivolto al futuro.

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