“Shine on you crazy Diamond” – Pink Floyd

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Non penso che quando parlo sia facile comprendermi, ho qualcosa che non va nella testa. E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia” (Syd Barrett)

Come si può descrivere un capolavoro indiscusso come Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd? In questo caso diventa ahimè veritiera l’affermazione di Frank Zappa, nemico dei giornalisti musicali, “scrivere di musica è come ballare di architettura”, perché trasporre su carta il turbinio di emozioni generato da tale canzone è compito davvero arduo e forse addirittura presuntuoso. Un tentativo mi è concesso e di sicuro non risulterà nocivo, sperando di non incorrere nel vizio dell’impoverimento. Così con le cuffie alle orecchie, gli occhi chiusi e tanta immaginazione mi accingo a “sentire”, nel senso più profondo del verbo, uno dei brani più coinvolgenti nella storia della musica tentando di raccontare e interpretare attraverso semplici parole i brividi che percorrono la mia e credo anche la vostra pelle.

Il buio, l’assenza, il vuoto, l’infinito. Si alza il sintetizzatore di Richard Wright e lentamente si apre uno spiraglio di luce che lascia intravedere un paesaggio lunare. Quattro note accennate da David Gilmour alla chitarra e il viaggio ha inizio. Il suo tocco nitido e deciso rappresenta la luce in continua lotta con la tastiera che, dal canto suo, crea un’atmosfera grigia e cupa, un abisso nel quale si rischia di cadere se non ci si aggrappa alle corde della chitarra. La struttura musicale diventa estremamente complessa quando entrano in gioco le percussioni che impavide si fanno strada lungo la via Lattea con prepotenza e convinzione. Ma il dolore e la disperazione sono ormai parte integrante di questo viaggio. Esiste una via d’uscita? La chitarra si dispera perché lo spiraglio di luce si fa sempre più flebile. “Remember when you were young, you shone like the sun”… Una risata e poi la voce di Roger Waters che si sposa perfettamente con gli strumenti: ognuno esprime il proprio dolore, a modo suo e insieme raggiungono una potenza espressiva senza eguali. Il sax struggente di Dick Parry ci riporta al tema centrale: la volontà di mantenere un contatto con il resto del mondo tra dolore e disperazione, senso di vuoto e ricerca di uno spiraglio di luce. “Shine on you crazy diamond”… Ancora quel bagliore, un diamante che brilla della sua follia. Che sia proprio la pazzia la via d’uscita? Il rifiuto e la negazione del mondo posso salvarci dal dolore? “You reached for the secret too soon, you cried for the moon. Shine on you crazy diamond.”

Shine on you crazy diamond” (1975) è contenuta nell’album “Wish you were here” che, nell’intenzione di Roger Waters, doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett verso il quale l’intera band nutriva un forte senso di colpa. Il brano in questione è una composizione epica in nove parti dedicata al “diamante pazzo” dei Pink Floyd. Il 5 giugno 1975, alla vigilia del secondo tour americano, durante il missaggio finale di “Shine on you crazy diamond” entrò in studio un uomo obeso con le sopracciglia rasate, un impermeabile dal cui taschino spuntava uno spazzolino da denti, le scarpe bianche e un sacchetto di plastica in mano. Quando dopo un po’ di tempo riconobbero in lui Syd Barrett, il loro “pazzo diamante”, i vecchi amici scoppiarono a piangere ma l’istrionico artista continuava a brillare, nella sua follia e nella sua genialità … “and shine!”

(Pubblicato su Eclipse Magazine)
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