“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” – The Beatles

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“Quell’album rappresenta la nostra performance” (Paul McCartney)

“Era la fine 1966, c’era un grande fermento. Era l’inizio del periodo hippy e allora mi sono chiesto quale nome strano poteva avere una band… Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band mi sembrò perfetto.” (Paul McCartney)

L’idea geniale che è alla base del disco pietra miliare della musica venne proprio a Sir Paul: immaginare e dare vita ad alias dei quattro componenti del gruppo. Da qui la nascita di una band che avrebbe dovuto sostituire i Beatles in tour. Dopo la sfortunata tappa nelle Filippine, che li ha visti vittime di svariati qui pro quo, i leggendari scarafaggi decisero infatti di non suonare più dal vivo. Così dal 24 novembre del 1966 si chiusero in studio. Per la prima volta nella storia della musica, un gruppo entrava in una sala d’incisione senza limiti di tempo per poter sperimentare con calma tutto ciò che desiderava. Dopo 129 giorni e circa 700 ore di registrazione l’ottava opera (in cinque anni) dei Beatles fu completata: 13 brani più 3 che ne avrebbero dovuto far parte ma che vennero pubblicati come singoli separatamente. Sono “Penny Lane”, “All you need is love” “Strawberry Fields Forever”. Quest’ultima, in particolare, fu concepita da Lennon come un invito ad entrare in una dimensione parallela partendo dai suoi ricordi d’infanzia e dalle sue scappatelle nel giardino dell’Esercito della Salvezza. “Ho scritto Strawberry Fields in Spagna, mentre giravo con Richard Lester il film anti-bellico Come ho vinto la guerra. Era un rifugio dell’esercito della salvezza… stava vicino alla casa dove vivevo con la zia, in periferia. Ma il nome per me era soprattutto un’immagine” – raccontò John. La potenza innovativa della canzone colpì gli ascoltatori come un pugno nello stomaco: i Beatles avevano definitivamente abbandonato il beat per dedicarsi alla sperimentazione.

Il filo logico-narrativo che lega le canzoni l’una all’altra ha indotto più di qualcuno alla definizione, in parte errata in parte esatta, di “concept album”. John Lennon infatti dichiarò: “Qualcuno l’ha definito il primo concept album ma non è vero. Mister Kite e le altre mie canzoni non avevano niente a che fare con la storia del Sergente Pepe. Però ha funzionato perché ci credevamo. Sgt Pepper, Billy Shears e la cosiddetta reprise erano collegate. Ma tutte le altre potevano stare in qualsiasi altro album. A day in the life  e Mister kite  potevamo metterle ovunque”.
Anche se i pezzi non furono creati come filo narrativo, il disco è riuscito a creare quella particolare magia che trasforma l’ascolto in un’esperienza unica. E’ come se si stesse compiendo un viaggio sulle note della fantasia e della musica.

Paradossalmente, il primo disco inciso dopo la decisione di non fare più concerti inizia proprio come un live. Una banda quasi “paesana”, vestita con divise floreali in perfetto hippie style, accorda gli strumenti creando l’atmosfera di un’orchestra sinfonica e si presenta al pubblico con estrema umiltà: “Vi invitiamo a vedere uno spettacolo divertente” . Alla fine della musica totalmente astratta dell’omonimo brano “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, Billy Shears (alias Ringo Starr) prosegue: “Cosa fareste se io adesso stonassi? Credo però che con l’aiuto degli amici ce la posso fare”. E’ lui, l’unico non-cantante del gruppo, a cantare “With a little help from my friend”, il brano che si prefiggeva il compito di dimostrare come, attraverso la musica, si potesse dare vita ad un’arte collettiva.

Per John e Paul qualsiasi evento, situazione o notizia, poteva diventare fonte d’ispirazione per la stesura di una canzone. Al primo è bastato vedere un disegno del figlio Julian per scrivere la lisergica “Lucy in the Sky with Diamonds”; al secondo, i lavori di restauro a casa sua: “Fixing a hole” infatti è nata proprio dall’osservazione dei numerosi buchi che costellavano la sua villa. Ad ispirargli “Gettin Better” invece fu il batterista Jimmy Nicol che, in un tour del ’64, sostituì Ringo Starr malato di tonsillite. Durante le prove Paul e John chiedevano costantemente a Nicol se le cose andassero bene. La risposta era sempre “It’s Getting Better!”. Tratta da fatti realmente accaduti anche “She’s living home”, la canzone che racconta di una ragazza scappata di casa perché incompresa dai genitori. Due erano le facciate del disco, come due erano anche i poli che si opponevano/attraevano all’epoca: Lennon e McCartney. Il viaggio che si compie durante l’ascolto, infatti, pare proprio suddiviso in due parti, due percorsi che conducono alla stessa meta. A chiudere la prima parte del disco ci pensa “Being for the Benefit of Mr Kite!”, una sorta di valzer avvolgente nato dalla mente creativa di Lennon. A fare da intermediario tra i due c’era George Harrison, il cosiddetto terzo Beatle. Sua è “Within you Without you”, la canzone modale intrisa di sonorità e temi tipici della musica indiana.

When I’m Sixty-Four” è la seconda traccia della seconda facciata del 45 giri, quella marchiata McCartney. Secondo il produttore George Martin è la canzone più triste che Paul abbia mai scritto. Dotata di un’apparente leggerezza, è un’aperta dedica al padre che in quell’anno compì 64 anni.
Sempre di McCartney e sempre ispirata alla realtà è “Lovely Rita”, il brano che racconta di una storia d’amore nata tra Paul e Rita, una vigilessa che lo aveva multato qualche giorno prima.
Porta la firma di Lennon invece la divertente “Good morning, Good Morning”, ispirata dalla pubblicità dei Cornflakes Kellog’s e arricchita dal simpatico verso del gallo che le fa da intro.
Il penultimo brano è una sorta di trovata teatrale: la reprise di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” con un testo diverso ma con lo stesso ritornello. Serve a dare continuità all’album ed è uno stratagemma ripreso in seguito da molte altre band.

Giungiamo al gran finale, al colpo di scena. Come in un romanzo, il finale di un disco è il momento più atteso e probabilmente il più importante. I lungimiranti Beatles, che nulla lasciavano al caso, questo lo sapevano bene perciò scelsero “A day in the life” come brano finale.
E’ stato John a scrivere i versi iniziali. Aveva letto la storia sul “Daily Mirror o su un giornale simile – dichiarò Paul McCartney –  C’erano due storie: quella del piccolo Guinness che muore in un incidente, era quella più importante, da prima pagina; mentre nelle pagine successive c’era la notizia dei 4000 buchi nel Lancashire. Quindi Blackburne, Lancashire, i buchi, la Albert Hall… tutti insieme diventarono un piccolo pasticcio poetico che suonava bene. Ma quello che ricordo meglio è che ad un certo punto non sapevamo più che scrivere…poi abbiamo deciso: “I’d love to turn you on” – vorrei eccitarti. Ci siamo guardati negli occhi: “siamo sicuri di quello che facciamo?”. Stavamo dicendo per la prima volta parole come “eccitare”, parola che faceva parte di quella cultura ma che nessuno aveva mai detto in una canzone. Ci fu questo sguardo d’intesa tra noi: “scrivilo, scrivilo pure, vai!”. Il piano letterario elevato e l’intermissione orchestrale fanno di questo brano un vero capolavoro, degna conclusione di uno dei migliori album (il migliore secondo la rivista Rolling Stone) della storia della musica.

(Pubblicato su Eclipse Magazine)

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